Libro dei dispersi e dei ritornati

10 racconti per 13 foto naufragate

di Lea Barletti

Il paesaggio

ma il tuo dolore mi penetra fin nelle fibre più strette del mio corpo universale

(A. Rosselli)

Se avessi immaginato di finire un giorno intrappolata in queste tre foto, e in tutte le altre che tu non hai scelto, non mi sarei mai fatta fotografare, mai. Oppure: oppure avrei fotografato tutto, in ogni istante: ogni volto, ogni oggetto, ogni luogo. Avrei tappezzato le pareti, tutte le pareti, di tutte le stanze, di tutte le case in cui ho vissuto, di foto, e in nessuna sarei comparsa io, solo tutto il resto, tutto quello che giorno dopo giorno componeva il mio paesaggio. Tutto avrebbe brillato, illuminato dal mio sguardo: una traccia, un dipanarsi di segni del mio passare, del mio essere parte di un paesaggio. Non l’ho fatto, e così ora quello che resta è l’immagine di me che sorrido alzando un bicchiere di prosecco, di me che scivolo abbracciata ad un uomo su di uno scivolo gigante, di me che punto il fucile di un tirassegno. Il paesaggio invece, sfugge. Perché tu abbia scelto proprio queste tre foto, io non lo so. Perché non quella di me che gioco col cane sul prato? O quella in cui ballo ad una festa di carnevale? Quella in cui sorrido sul bordo di una piscina? E le foto con mio padre e mia madre? Quelle con mio figlio il giorno del suo terzo, o del suo ottavo, o del suo undicesimo compleanno? E quelle del mio matrimonio? In un baule pieno di foto tu ne hai scelte tre. Queste tre, non altre. Vorresti sapere cosa raccontano. Vorresti sapere in quale occasione sono state scattate, chi era con me, se ero felice, cosa pensavo. Vorresti raccontare quello che è accaduto. Io ti racconterò piuttosto tutto il resto. Ti racconterò quello che nessuno ha fotografato e mai forse avrebbe saputo fotografare, ma che avrebbe dovuto essere fotografato. Ti racconterò il paesaggio: quello in cui muovevo i miei passi.

La prima foto: è il mio compleanno.

Io sono qui, davanti al fotografo, in un locale pieno di gente, sono tutti amici, più o meno amici, tutti qui per me, più o meno per me, festeggiamo il mio compleanno: alzo il bicchiere in un brindisi. E’ un assedio, io la fortezza: sorrido, dalla feritoia della torretta sul lato nord. Cigolo quando mi abbasso per lasciare entrare un gruppo di invitati, ciao tanti auguri, sei bellissima: io, il ponte levatoio, le mie catene arrugginite dai secoli, nessuno che abbia mai pensato di passarci un po’ d’olio, ma funzionano ancora. Cigolando, assolvo la mia funzione. Passano gli invitati sulle mie assi di legno, entrano nel cortile, camminano sul lastricato di pietra, attenzione, è tutto bagnato, ha appena smesso di piovere, qualcuno infatti scivola, mi dispiace, ti sei fatto male? No non è niente, auguri, che bello questo locale, è nuovo? No, sono qui da secoli, vuoi bere qualcosa? E sorrido di nuovo: io, la crepa sul fianco orientale, porgo un bicchiere di vino, distribuisco baci sulle guance. Altri invitati mi chiamano, mi giro sempre sorridendo verso di loro: mi snodo ripida per centonovantatre gradini ognuno di altezza diversa e irregolare, non seguo una regola, io, la scala della torretta ottagonale sud: mi salgono con prudenza, e il respiro, non potendosi accordare ad un ritmo prevedibile, si rompe, si fa corto, incespica, io non vengo in soccorso, non accorcio le distanze, non mi faccio gradino uguale a gradino, lascio che la fatica imprevista nutra le aspettative che, lo so bene, sempre si accompagnano ad una salita. Con frullare d’ali, stormo di corvi mi allontano gracchiando, disturbata dagli ospiti giunti infine in cima ai bastioni: che vista meravigliosa da quassù, ne valeva la pena salire, guardate: gli ospiti guardano: in direzione del mare mi stendo prato verde macchiato di boschi fino alla linea blu dove divento orizzonte. Ma nessuno sprona i suoi occhi nell’ombra fitta dei boschi, nessuno sull’ultima collina, nessuno fino alla linea del mare. Bevono prosecco e ballano, e si parlano, e ridono e sono felici, forse,

e anche io ballo, e bevo, e sono felice, forse. Ora mi stacco per muovermi via, io, la civetta sorpresa dal rumore nel mio nido: ed è senza motivo che, già in volo, mi giro: i miei occhi di uccello notturno, lo vedono: è il cacciatore, il cervo ferito, il figlio lasciato indietro dal padre, il re senza regno del mio futuro, e mi guarda. Il suo sguardo riconosco e ricordo: mi brucia: alzo il mio bicchiere verso di lui: io sono qui, e ti aspetto. Poi torno a ballare: non ho fretta, nei secoli ho imparato a sorridere, e ad aspettare. Aspetterò, il muschio crescerà insinuando invisibili radici nelle sottili crepe del corpo mio: io, muro settentrionale, sempre poco esposto al sole, sempre in ombra, sempre umido e fresco, dove spesso nei pomeriggi estivi ancora appoggio la mia guancia di oggi e le labbra, e respiro l’odore di quando battaglia infuriavo nella pianura, forte di cavalli e uomini, armature e spade, bandiere e stendardi: quando infine il sole mi scendeva in grembo rosso di tramonto e restavo, corpi e membra mie sparse e sanguinanti e senza sepoltura, nutrivo corvi che ero e vermi che sarei diventata, sbiancavo in ossa che restano e l’aratro scopre guidato dalla mia mano contadina secoli dopo. Mi asciugavo il sudore, aggrottavo la fronte, schermavo gli occhi dal sole, salutavo: il pastore, io, che suonavo il flauto della mia tibia, seduto all’ombra dell’albero che ero nato dal mio cuore soldato putrefatto. Aspetterò, genererò figli che non saranno me: io si, sarò loro, guardandoli rincorrersi e chiamarsi e nascondersi nei miei angoli bui, uscire trionfanti alla luce, lasciarmi alle spalle, voltarsi a guardarmi un’ultima volta, io la foresta della loro infanzia, io che offrivo riparo e conforto, io che ero una volta grande e misteriosa e ora rimpicciolivo in lontananza, e bruciavo e danzavo intorno al mio fuoco. Io vecchia poi raccontavo, e cuocevo il pane, raccontavo e aspettavo, io sapevo aspettare, aspettavo di tornare a incontrarlo, il cacciatore, il cervo, il figlio, il re senza regno, aspettavo di accoglierlo. Io aspettavo e lui percorreva distanze, girava in tondo, era cieco e ferito, e io non potevo raggiungerlo, io ero la vecchia e lui il ramarro, io il corvo e lui il fiume, io il soldato e lui il bue, io il contadino e lui la regina, io il noce e lui la formica, io il cavallo e lui il serpente, io il muro e lui la rosa, io il pidocchio e lui vento, io la madre e lui il figlio. Ma poi, finalmente: io la fortezza e lui l’ospite al cui sguardo si disfano i muri e sbriciolano i secoli, io il paesaggio, lui il viandante che mi percorre e mi vede. A lui, al viandante, io brindo, nel giorno del mio compleanno, e non mi scanserò quando inciamperà e cadrà, non guarderò altrove: anche le braccia sarò, che lo accoglieranno. Nei secoli dei secoli.

La seconda foto: sullo scivolo gigante.

Scivoliamo. Io sono il golfino di lana tra le sue mani e i miei seni. Sono il confine tra il suo calore e il mio, sono lo strato sottile di stoffa tra il suo corpo e il mio, sono il limite e i seni, accolgo e distanzio. E mentre le sue mani mi stringono io sono il capezzolo destro tra le sue dita, brucio attraverso la notte verso la costellazione di Andromeda, e indico la direzione, e sono la stella polare, e il navigante, e il mare, e la barca che non ritorna, e lo scivolare morbido sulle onde sopra la piazza festante, e m’impenno e incavallo in direzione dei bastioni d’Orione perché ho visto cose che voi umani, e sono la scia luminosa di zucchero filato, pulviscolo e lacrime del nostro ultimo incontro: è festa in paese: io sono medusa di luce che danza nel cielo, io sono il suo sesso che vibra premuto contro il mio culo, sono la stoffa dei pantaloni tesa, sono la voce, la sua voce tra i miei capelli mentre scivoliamo: amore amore mio tienimi con te, e l’urlo sono, il mio, di gioia e paura, e il suo che galoppa nell’aria e la grancassa che esplode e conduce e gli ottoni, e la coppia di anziani che balla, e la luna io sono la luna e il cane pastore del ritorno a casa, e i fari delle macchine, e i denti sono e la carne che mordono e il miele che scorre, e sanguino in una lingua sconosciuta di segni e versi inumani: non posso più dimenticare, io sono il racconto, e la ferita, e i suoi lembi che compongo e spalanco per guardarci dentro: ma il nostro tempo non è ancora venuto, e allora io sono la lingua che mi mordo e mi pento, sono il tormento dello scivolare a tasso zero, sono la vertigine del vuoto a rendere, del brivido formato famiglia, sono il tappetino per non strappare i calzoni e la gonna, sono il precipitare col salvagente, sono la dispersa in mare che ritorna ogni volta e prepara il caffè. E tu? Non hai anche tu una volta mostrato le tue ferite come attrazioni da luna-park, pensato di addomesticare i grifoni, lasciato accoccolare le volpi sul divano accanto al camino, preso in giro te stessa, grattato via la pelle e lo sporco insieme alla pelle col guanto di crine e dimenticato il volto? Se è così anche tu, come me, puoi permetterti questa e altre notti come questa. Io quell’uomo, il mio

amore dello scivolo gigante, l’ho lasciato andar via quella notte stessa. Si è girato a guardarmi mentre camminava, io ancora gridavo di gioia e paura, di corsa e emozione, ancora sentivo le sue mani stringermi i seni, l’aria frustarmi la faccia, ancora il suo sesso contro il mio culo, e non ho saputo fare altro che sorridere: abbiamo promesso di imparare l’uno la lingua dell’altra per lasciarci poi sorridendo: io sono la sua lingua sconosciuta, la strada perduta del suo lento ritorno a casa, e lui, che è il mio segno sulla spalla del dolore, il suo peso che vorrei portare, la sua ferita che ho riaperto e leccato, si volta a guardarmi, e io so che gli brucia, ma so che confida.

La terza foto: al tirassegno.

Io sono il bersaglio. Un facile bersaglio, diresti tu. La mia faccia crivellata di colpi per un orsetto di peluche: passano tutti di qui per spararmi addosso i loro sensi di colpa, anche tu: tornare bambini solo premendo il grilletto e prendendo la mira, io sono il padre che non hanno ucciso. Ho perduto il conto delle colpe, so che le vendono a pacchetti da cinque, o da dieci. Quando prendono la mira io scatto una foto: io, il bersaglio, ho fotografato tutti coloro che mi hanno sparato: ho riempito interi album di foto. Ma le facce che più mi colpiscono, e mai verbo fu altrettanto adeguato, sono quelle dei testimoni. C’è sempre un testimone, accanto a chi spara: è il suo sguardo che prende le misure, è il suo sguardo che calcola le distanze, è il suo sguardo che crea lo spazio tra me, il bersaglio, e te che imbracci il fucile: il testimone è colpevole. Il testimone solitamente sorride, leggermente: il testimone solitamente non è a conoscenza dell’importanza che ricopre: non sa di essere fondamentale allo

sparo più del colpo, più del fucile, più della mano che preme il grilletto, più dell’occhio che prende la mira, più di te. Il testimone testimonia, e tace. Un sabato di tanti anni fa, il testimone ti ha accompagnato alla festa della birra di Monaco di Baviera, avete bevuto due birre, avete mangiato salsicce con ketchup e majonese, avete ballato una polka (o era una rumba?), siete andati sulle auto a scontro e sulla ruota panoramica. Io sono il bersaglio, l’ultima attrazione, sono la fine del pomeriggio di festa, sono il momento prima del ritorno a casa, alla casa svuotata di vostro figlio partito stamattina per l’università in un paese lontano e straniero: io sono quel che oggi vi resta da fare. Adesso tu e il testimone siete stanchi, avete bevuto una birra di troppo, una sola: potete permettervelo, tornerete a casa in tram: ma non prima di avermi sparato addosso. Mi avete cercato per tutta la festa, io, il bersaglio, non mi trovo mai nello stesso posto dell’anno precedente. Io, il bersaglio, mi sposto. Vi costringo ogni volta ad una domanda, sempre la stessa, anno dopo anno: ma non era qui? Si, era qui, ne sono sicura. L’avranno spostato, ha detto il testimone, andiamo a cercarlo, e ti ha preso per mano. E non è mai vano il cercare, non senza conseguenze: non senza conseguenze per me, il bersaglio, e per l’orsetto che è il premio, e per la mano che preme il grilletto, e per l’occhio che prende la mira, e per il fucile, e per il testimone, e per il tiratore. Io, il bersaglio, ho visto in faccia negli anni migliaia di tiratori: riconosco da subito chi mi centrerà al primo colpo, riconosco il suo sguardo obliquo di coda dell’occhio, il suo desiderio di cui già sento sibilo e direzione, e mi preparo, e lo attendo, qui, proprio qui, al centro della mia faccia nuda, del mio petto di uccello, del mio essere preda non innocente, vittima predestinata, del mio offrirmi alla caccia del giorno di festa. E soprattutto riconosco lo sguardo del testimone, la sua attesa e concentrazione, il suo guardare da dietro, il compiacimento e l’amore: è per lui che colpisci, per lui che prendi la mira, per lui che fai centro, per lui che, io e te, sanguiniamo, io, il bersaglio, tu, la tiratrice: è per lui che ci rendiamo complici, per lui che ci mostriamo, e luminosi, tu al mio occhio centrale ferito, io alla tua mira, un colpo e un altro ancora, e insieme rivediamo in lui tutti i suoi predecessori, i testimoni inconsapevoli del mio consapevole martirio, e del tuo, cui ogni volta sveliamo e restituiamo lo sguardo, in una foto da attaccare al frigorifero. Tu e lui, quel pomeriggio di festa di tanti anni fa, vostro figlio appena partito per l’università in un paese lontano e straniero, e niente di meglio da fare che un giro al luna-park prima che scenda la sera.

Ecco: questo è quanto. Ma non era il paesaggio che ti aspettavi, credo di saperlo. Il mio paesaggio ti ha preso alla sprovvista: cercavi la storia di una donna che appare in alcune foto trovate nel baule di un robivecchi: ti sembra di non averla trovata. E infatti non sai neanche come mi chiamo: non sei riuscita a darmi un nome. Nessuna data, informazione, niente. Niente di oggettivo. Per te, sono una preghiera in una lingua sconosciuta. La tua preghiera in una lingua sconosciuta ad un dio sconosciuto, e recita più o meno così: lei, io, una sconosciuta, ha vissuto: è stata, è.

Imparare la pazienza

E’ una memoria ben misera quella che ricorda solo ciò che è già avvenuto”

(la Regina ad Alice)

Guarda: qui è quando decido di imparare la pazienza. Mi tolgo le scarpe e le aspettative di pelle rossa, e mi siedo sul bordo del buco lasciato dall’esplosione con in mano il niente che lui mi ha regalato: ne osservo le linee: non portano da nessuna parte. Si vedono anche delle parole, ma non sono perle, e alcune sono cariate. Quelle non cariate sono mute, quelle che non sono mute non vogliono assolutamente restare nella mia mano e adesso scappano da tutte le parti. Io le lascio scappare: prima o poi torneranno, penso, e comunque non ha molta importanza: quando hai deciso di imparare la pazienza tutto fa parte del gioco. A casa, intanto, il latte sul fuoco avrà traboccato dal pentolino e si sarà bruciato. La sveglia starà suonando. Il telefono starà squillando. I pesci rossi nell’acquario staranno nuotando. Nella cassetta della posta sarà arrivata una lettera, che io non leggerò fino a domattina. Tutto andrà avanti anche mentre io resto qui seduta sul bordo del buco ad imparare la pazienza, anzi: proprio per questo. Perché io sono seduta qui con le gambe che penzolano nel buco e un pugno di parole in mano: per questo, tutto può andare avanti. Il latte può continuare a bruciarsi, la sveglia a suonare, il telefono a squillare, i pesci rossi a nuotare, la lettera a giacere nella cassetta della posta. E lui può continuare a dimenticarsi di me mentre passa l’aspirapolvere sulla spiaggia di fronte a casa sua. Dice che ha quasi finito, e io ci credo. Dice che quando avrà finito mi porterà a

vedere la sua collezione di sensi di colpa, quelli che lucida tutte le mattine dopo aver portato il caffè a letto a suo padre, che preferirebbe il tè, ma altrimenti dove trovare nuovi pezzi per la collezione? Io pure, mentre sto seduta sul bordo del buco, bevo un tè verde, anche se preferirei la cioccolata con la panna, ma mi farebbe dimenticare che sono qui per imparare la pazienza, e poi lui dice che sua nonna era diabetica e che quindi è meglio se la cioccolata con la panna non la bevo. Io, sai, faccio tutto quello che lui mi dice, quindi bevo il tè verde, che fa bene, combatte i radicali liberi, e scaccia via gli spiriti maligni. Intanto: l’autunno sta finendo, cantano alla radio, le ultime foglie dorate bruciano nella mia tasca, tra poco saranno cenere e finalmente la faremo finita con tutta questa inutile bellezza: allora le acque si divideranno in due, eliminando qualsiasi problema d’infiltrazione, e lui correrà al riparo nella sala vuota di quel cinema dove danno sempre lo stesso film, quello in cui lui è in guerra, lei lo aspetta facendo e disfacendo la tela e lui però non arriva, anzi, non si è neanche accorto che la guerra è finita, anche perché nel frattempo ne è cominciata un’altra. Questa sua nuova guerra richiede giorni e notti, e poi ancora giorni, e ancora notti. Eppure io ricordo: ricordo giorni di pace e di parole, e noi, distesi su tutto quel discorrere morbido che usciva dalle nostre bocche, noi mordevamo le ore assolvendoci dal tempo, e il fragore della lotta, quando arrivava, ci scorreva addosso. Ma a questo punto sul bordo del buco lasciato dall’esplosione, e dentro, si è fatto buio, un buio di bluvelluto come quello di quell’artista indiano, che non capisci se è vero buio o se è solo colore. Mi sporgo per guardare meglio tutto quel buio bluvelluto che piano mi tinge i piedi: ecco: infatti ora i miei piedi non li vedo più, camminano da soli in quel buio, o in quel colore, o in quel buco, senza direzione come le linee del niente che lui mi ha regalato. Provo a chiamarli, i miei piedi, ma non hanno mai imparato a parlare, e così chiaramente non rispondono. Lascio andare anche loro, come le parole di prima, mi chiedo: dove porterà questo colore bluvelluto, se è vero che alla fine ci si ritrova tutti lì in fondo, tutti noi speranzosi pezzi sparsi di umanità, tutti noi che abbiamo creduto di poter fare a meno della casa, tutti noi che ogni volta l’abbiamo lasciata bruciare alle nostre spalle, ma ci siamo voltati a guardarla bruciare, e in quell’istante e con quello sguardo, abbiamo perduto e la casa e la strada, e dopo a nulla sono serviti sassolini bianchi e briciole di pane. Io, mentre aspetto sul bordo del velluto buio, provo a parlare col bambino congelato, sai quello che non è cresciuto perché lì dove viveva lui faceva troppo freddo, e allora lui è rimasto piccolo piccolo, solo la voce gli è cambiata, la voce è diventata grande senza di lui, ed è per quello che quando parla, la voce, e si arrampica su, in alto, allora lui, il bambino, non riesce più a raggiungerla e resta muto. Quando il bambino congelato resta muto, perché la sua voce si è arrampicata troppo in alto e lui non riesce a raggiungerla, io mi commuovo, e non posso proprio lasciarlo da solo. E allora, anche se mia madre mi raccomanda sempre di lasciarlo perdere, che non è vero che non parla perché è rimasto congelato e la voce gli scappa via troppo in alto, lei dice che il bambino congelato non parla perché non vuole parlare, lei dice che ai bambini congelati piace essere congelati, che ormai si sono abituati, e se io parlandogli e parlandogli alla fine col calore delle mie parole dovessi scongelarlo, lui poi se la prenderebbe con me, perché avrebbe paura, non essendo più congelato, di

sentire di nuovo le dita dei piedi e delle mani: allora io, anche se mia madre mi ha raccomandato di non farlo, allora io lo abbraccio, e lo cullo, e gli dico parole all’orecchio che neanche sapevo di poter dire. E penso che quando sarà grande e scongelato forse mi passerà a prendere e insieme partiremo per quel paese dove tutti parlano la sua lingua, quella che anche lui sapeva parlare prima di restare congelato, e spero che la insegni anche a me quella lingua, così come adesso parlandogli piano all’orecchio io gli insegno la mia. E penso che potremmo anche essere felici, io e il bambino, che però allora non sarebbe più congelato, e non sarebbe più un bambino, ma un uomo scongelato, un uomo a cui ogni tanto piace essere legato perché così si ricorda di quando era un bambino congelato che non poteva muoversi e parlare. E allora, se l’uomo che era il bambino congelato lo vorrà, se me lo chiederà, io gli legherò i polsi e gli dirò di non toccarmi, e lo guarderò guardarmi e lo guarderò ridiventare bambino, e gli farò sentire tutto il dolore che vuole, perché io ho promesso di fare tutto il bene e il male necessari. Però, mi dico, e nel dire mi sporgo ancora di più sul bordo del buco bluvelluto, a questo punto dovrebbe proprio arrivare, lui, sul suo tappeto volante, come promesso. E invece non arriva, deve avere avuto delle complicazioni con l’aspirapolvere, ma io sono qui per imparare la pazienza, e così non mi muovo, resto, e non mi scanso, anche se sono giorni che aspetto, e almeno un piccione viaggiatore poteva mandarmelo, uno almeno, con una goccia del suo sangue nel becco, o una lettera chiusa con la sua saliva legata alla zampa. Lui, che a questo punto sarebbe dovuto arrivare qui, sul bordo di questo buco bluvelluto dove ci siamo visti la prima volta, e invece ha scelto ancora una volta di portare a passeggio nel bosco i suoi elefanti, o di andare al cinema, fa lo stesso, in ogni caso mi si chiudono gli occhi per la stanchezza, per lo sforzo di aspettarlo con tutte le forze della mia mente accese, pure quelle che mia madre, sempre lei che sa tante cose perché è più giovane di me, mia madre dice che ci sono alcune forze della mente che è meglio usarle solo in caso di estrema necessità. Ma il fatto è che io credevo che questo caso fosse proprio uno di quelli, uno che capita una volta sola nella vita, uno di quelli che si fanno annunciare da una stella cometa, uno che l’hai già visto tanti anni prima che accadesse, e ti sei pure voltata, per un attimo, a guardarlo, quel futuro enorme che ti si spalancava davanti divorando tutti i suoi piccoli passati. Qui è quando decido di imparare la pazienza, dicevo. Quando aspetto che lui venga a pettinarmi, e a togliermi i rametti restati impigliati tra i capelli durante la corsa. I rametti nella foto non si vedono. Neanche il buco si vede. Tu però lo vedi, vero? Questa è la foto di un’attesa sul bordo di un buco lasciato da un’esplosione, un buco bluvelluto liscio e perfetto: da questa foto io non sono più tornata.

Il bambino congelato

Adesso il cuore è stretto da una mano secca e forte.

Adesso sto con una morte dentro.

Ho cent’anni adesso.

(M. Gualtieri)

Io sono il bambino congelato. In questa foto però avevo due anni, faceva ancora caldo, e io non ero ancora congelato. Questa foto infatti l’ha scattata mio padre, quando ancora mi vedeva. E’ stato molto più tardi, che mio padre ha cominciato a non vedermi più. Era febbraio, io facevo la quarta elementare e faceva molto freddo. All’inizio nessuno sembrava farci caso, d’altra parte era inverno ed era normale che facesse freddo. Si è vero, i giornali avevano grossi titoli sull’ondata di gelo che aveva investito il nostro paese, i contadini erano preoccupati, e la mamma la sera metteva un mattone a scaldare nel camino, poi me lo infilava nel letto avvolto in un panno. Ma io sentivo freddo lo stesso. Mio padre quando tornava a casa non parlava quasi più. Io pensavo che fosse per via del freddo: pensavo che gli si fosse gelata la lingua,

o i pensieri, o tuttedue. Mangiavamo la minestra, mia madre cucinava tutte le sere la minestra, diceva che con quel freddo lì la minestra era la cosa migliore da mangiare.

Mio padre mangiava in silenzio e guardava nel piatto, o di lato. Quando finiva la minestra si accendeva una sigaretta e fumava guardando fuori. Non so cosa guardasse, fuori: non si vedeva nulla, dato che era tutto buio. A volte guardava mia madre, brevemente. A me invece non mi guardava mai. Pensavo che fosse arrabbiato con me. Pensavo che mia madre gli avesse detto che avevo preso di nuovo un brutto voto a scuola. Pensavo che dovevo assolutamente prendere un dieci e lode, o almeno un nove più, al prossimo compito di matematica. Pensavo che così mi avrebbe guardato di nuovo. A me piaceva la matematica, mi piaceva fare le operazione, però a volte i numeri mi si confondevano tutti, era come se non volessero stare al proprio posto, fino ad un attimo prima sul foglio c’era un sette e improvvisamente veniva sostituito da un cinque, per non parlare dei numeri più grossi: quelli si capovolgevano proprio, a volte al posto di un tremilaseicentocinquantaquattro si piazzava come se niente fosse sul quaderno un quattromilacinquecentosessantatrè. Era un vero disastro, perché così i conti alla fine non tornavano mai. Il maestro mi sgridava, diceva: ma cosa ti succede l’anno scorso eri così bravo ma dove ce l’hai la testa. Io la testa per la verità ce l’avevo allo stesso posto di sempre, erano i numeri che non stavano mai fermi e si scambiavano di posto tra loro continuamente. Forse era per via del freddo. E forse era per via del freddo che a volte non riuscivo a rispondere al maestro. Il maestro si arrabbiava, gridava: perché non rispondi che c’hai ti sei ingoiato la lingua. Non è che non volessi rispondere. E non è che mi fossi ingoiato la lingua, ma poi come si fa ad ingoiarsi la lingua che è attaccata da dentro. Però la lingua, che non me l’ero ingoiata, se ne stava lì, se ne stava pesante e dura nella mia bocca, e non si muoveva. Un giorno, che il maestro era particolarmente arrabbiato e tutto rosso in viso mi urlava: basta la devi piantare con questa commedia del bambino che non parla, la devi piantare io lo so che tu non parli perché non vuoi parlare e basta: quel giorno ad un certo punto la mia voce ha risposto. La mia voce soltanto ha risposto, non io, io continuavo a starmene lì, con la lingua pesante e dura e ferma nella mia bocca, e ho sentito la mia voce rispondere, l’ho sentita, ed era chiara e forte, e anche se sembrava una voce da adulto, io sapevo che era proprio la mia. La mia voce, e io la ascoltavo e guardavo il maestro spalancare gli occhi per lo stupore e passarsi e ripassarsi la mano sulla testa senza capelli, la mia voce quella volta diceva: signor maestro non si arrabbi così tanto, che le fa male, si guardi com’è diventato rosso, le viene un colpo, un infarto, lo dice sempre mia mamma a mio padre che se si arrabbia troppo prima o poi gli viene un infarto, anche se mio padre veramente è un sacco di tempo che non s’arrabbia più, forse perché si è arrabbiato troppo quando era più giovane, ma comunque sia adesso non si arrabbia più, e se ne sta seduto tutto il tempo in cucina a guardare di lato o fuori nel buio che non si vede niente, e a me non mi guarda mai, che infatti io credo che in realtà lui non mi vede proprio. Non si arrabbi signor maestro, io se non parlo non è perché non voglio parlare, ma perché mi si è congelata la lingua, sta lì ferma come una fettina di vitello nel congelatore e non si vuole muovere. Che quella che adesso sente è la mia voce soltanto, non sono io che parlo, è la mia voce non congelata che esce dal mio corpo in via di congelamento, perché dopo la lingua anche tutto il resto del corpo si sta

congelando, ora capisco, anche le mani, e i piedi, anche se posso muoverli, è vero, li muovo, però non li sento più, so che si muovono perché li vedo muoversi ma non li sento. Questo è quello che diceva la mia voce, più o meno, la prima volta che ha parlato da sola. Il maestro è uscito di corsa dall’aula, dopo un po’ è tornato, mi ha detto: stai tranquillo, ho chiamato a casa tua, tua madre arriva subito a prenderti. Mia madre infatti poco dopo è arrivata e mi ha portato a casa. Cos’hai, mi ha chiesto. Ho tanto freddo, ho risposto. A casa mi ha messo a letto e mi ha misurato la febbre. La temperatura era normale, né troppo alta né troppo bassa: non avevo la febbre e non stavo per morire assiderato. Stavo bene, eppure sentivo freddo. Mia madre mi ha messo addosso tutte le coperte che c’erano in casa. Mi ha fatto il latte caldo col miele, mi ha messo il mattone scaldato nel camino sotto le coperte: ora riposati, mi ha detto. Ma io non ero stanco, avevo solo freddo. Qualche giorno dopo sono tornato a scuola: avevamo compito in classe di matematica. Seduto al mio posto infagottato in due maglioni di lana e i pantaloni da neve, ho fatto tutte le operazioni, senza nessuna difficoltà: i numeri non cambiavano di posto, stavano tutti ben fermi e composti come di solito stanno i numeri sui quaderni, incolonnati nei quadretti con tutti i più i meno i per e i diviso al posto giusto. Ho preso un dieci, il maestro era molto contento. Una volta a casa non vedevo l’ora che arrivasse la sera per mostrare il compito a mio padre, con quel bel 10 scritto in rosso e pure sottolineato dal maestro. Per l’emozione mi ero quasi dimenticato di avere freddo. Mio padre quella sera non è tornato a casa: mia madre aveva apparecchiato per tre come al solito, e la zuppa era bollente e bruciava la lingua. Mia madre ha detto: mangiala finché è ancora calda, non aspettare tuo padre, oggi torna tardi. Mio padre non è tornato mai più: mia madre ha continuato ad apparecchiare per tre tutte le sere, io avevo sempre più freddo, e ascoltavo la mia voce domandare: lo avrà saputo lì dove sta papà che ho preso dieci?

La foto della domenica

Questi siamo io mio fratello e mio padre. Io sono quello a destra, o forse quello a sinistra, fa lo stesso. Mio padre evidentemente è quello al centro. O l’albero accanto. La casa che si intravede alle nostre spalle è la nostra casa. La nostra casa non era la nostra casa, ma era come se fosse la nostra casa. La nostra casa era la casa dei nostri nonni: i genitori di nostra madre. Mia madre è quella accanto a mio padre, e tiene una mano sulla mia spalla, o su quella di mio fratello, e sorride, e il suo sguardo guarda verso l’obiettivo e oltre e mi guarda a me, oggi. Ogni domenica mattina io mio fratello mio padre e mia madre facevamo una foto con l’autoscatto davanti a casa: facevamo queste foto con l’autoscatto ogni domenica mattina perché mia madre aveva paura: aveva paura di scomparire, e così facevamo queste foto perché lei potesse controllare di esserci ancora. Negli ultimi tempi mia madre avrebbe voluto fare una foto ogni giorno, o anche più volte al giorno, ma mio padre si era opposto e aveva detto che non l’avrebbe assecondata oltre in quella ridicola ossessione: l’aveva chiamata così: ridicola ossessione. Mia madre non aveva altre ossessioni, né ridicole né non ridicole: aveva solo l’ossessione di poter scomparire da un momento all’altro. A me non sembrava ridicola. Quanto poi a dire se fosse o meno un’ossessione: a quei tempi non sapevo nemmeno cosa volesse dire, ossessione. Mia madre la chiamava paura, e io sapevo

cosa volesse dire, paura: io ero pieno di paure, e lo sono tuttora. L’importante è ricordarsi di pregarle tutte, ogni volta che si presentano, e al mattino, appena si aprono gli occhi, fare una preghiera generale a tutte le paure: paure io vi prego: siate presenti e vigili, restate con me, conducetemi per mano attraverso questa giornata, lasciatevi guardare, non burlatevi di me rendendovi invisibili o irriconoscibili ed oscure. Questa è la mia preghiera alle paure, la recito ogni mattina, così poi posso alzarmi, e fare il caffè senza aver paura che ci sia una fuga di gas e un’esplosione, posso fare la doccia senza paura di scivolare sul sapone, posso asciugarmi i capelli senza paura di restare fulminato. E poi posso uscire senza paura di dimenticare le chiavi dentro casa, e posso prendere l’ascensore senza paura di restare bloccato, e posso camminare nel parco senza paura di essere assalito e derubato o peggio, accoltellato, e posso prendere la metropolitana strapiena di gente senza paura di soffocare e, soprattutto, senza paura di un attentato. Un anno fa ho conosciuto una ragazza. Veramente non l’ho conosciuta, piuttosto l’ho riconosciuta. Era mattina, e come ogni mattina io camminavo nel parco per raggiungere la fermata della metropolitana. Camminavo svelto, per paura di fare tardi: camminavo guardando per terra tutte quelle foglie gialle e rosse e marroni che in autunno scricchiolano sotto le scarpe, ma ecco in quel momento, nel momento che era il momento giusto, ho alzato lo sguardo e il mio sguardo è andato a sbattere in pieno nello sguardo di lei, della ragazza, che era seduta su una delle panchine ai lati del vialetto e guardava nella mia direzione. I nostri sguardi sono andati a sbattere, si, e hanno collassato uno dentro l’altro. Io ho continuato a camminare, ma il mio sguardo che era andato a sbattere contro il suo, ed era collassato dentro il suo, e per tutto il tempo di quei cento metri tra me e la panchina e pure dopo, il mio sguardo ha continuato a stare là addosso al suo, pure dopo che l’ho superata, e anche se io ero andato avanti, ed effettivamente non mi ero nemmeno voltato indietro dopo averla superata e invece avevo continuato a guardare davanti, non a terra ma davanti, il mio sguardo non vedeva più la strada, né gli alberi, né il cielo, né le foglie che cadevano dai rami, e poi non vedeva l’ingresso della stazione della metropolitana, e i gradini della scala mobile, che era ferma e non funzionava, e la signora con il passeggino che ho aiutato a trasportare fin giù, e lei mi ha detto grazie molto gentile e io le ho risposto si figuri per così poco, e non vedeva il treno che arrivava, il mio treno che arrivava al binario, e non vedeva il sedile vuoto nel quale mi accomodavo e il libro che tiravo fuori dalla borsa e la pagina e le parole che leggevo, non vedeva più nulla: vedeva solo lo sguardo della ragazza della panchina, ed era uno sguardo castano. Era lo sguardo più castano che avessi mai visto, e in quello sguardo castano c’ero io dentro, e c’ero da sempre. E allora poi la sera, quando sono tornato a casa volevo guardare tutte le mie foto, per vedermi e per vedere se il mio sguardo in quelle foto prima di incontrare la ragazza e il suo sguardo castano, per vedere se si vedeva già che il mio sguardo non era lì dove era ma già dentro il suo dove ora l’avevo ritrovato, e se nel mio ci fosse già il suo, se si vedesse che nel mio sguardo c’era già il suo sguardo castano d’autunno. Ma poi mi sono ricordato che io non avevo tutte quelle foto, le decine e decine di foto che mia madre ci aveva fatto fare ogni domenica mattina davanti a casa nostra che non era casa nostra ma la casa dei miei nonni, io

mio fratello mio padre e mia madre, niente, non le avevo, e infatti mi sono ricordato che mio padre un giorno, dopo che la mamma era morta, aveva fatto svuotare la soffitta da uno zingaro che svuotava le soffitte e le cantine, e lui, lo zingaro, si era portato via tutto, anche il baule con le foto, e mi ricordo che io, o mio fratello, fa lo stesso, avevo chiesto ma papà e le foto della mamma, e lui aveva detto la mamma resta nei nostri ricordi le foto mettono solo tristezza non voglio più vederle tutte quelle maledette foto, e io allora ero corso dietro allo zingaro che stava caricando tutte le nostre cose sul suo carretto e gli avevo urlato, o forse era mio fratello che ha urlato, non ricordo bene, aspetta aspetta devo prendere una cosa aspetta, e mi ero arrampicato sul carretto e avevo aperto il baule e avevo preso una foto, una a caso, una di noi quattro davanti a casa, e me l’ero infilata in fretta in tasca e poi ero saltato giù dal carretto e avevo guardato il carretto e lo zingaro che se ne andavano, e nel carretto c’era il baule con tutte le nostre foto, ma io però stringevo in tasca nella mano la mia foto salvata e così potevo lasciarlo andare via. E mi ricordo che mio fratello, che non aveva salvato una foto, lui mi ricordo che si era messo a piangere, o forse ero io che mi ero messo a piangere, o entrambi, e mi ricordo che mio padre aveva scosso la testa, o forse era solo il vento che scuoteva le cime degli alberi. Allora adesso, il giorno che avevo incontrato la ragazza nel parco, tornato a casa la sera, adesso io avevo tirato fuori la mia foto salvata dal carretto dello zingaro, questa foto, e la guardavo, e vedevo che si, effettivamente, il mio sguardo era già allora collassato nel suo, in quello della ragazza del parco, e che mia madre, lei non c’era più, proprio come aveva sempre saputo, era scomparsa, ma io finalmente la ricordavo bene, e la riconoscevo, e lei sorrideva e aveva uno sguardo castano, proprio come il mio.

Crema al limone

Ho questa certa febbre che non si manifesta

Voglio la nonna che mi mette le scarpe

verso le sei e mi stringeva i lacci,

così forte, così stretti.

(P. Cavalli)

Mia nonna aveva una scarpa in mano. Io avevo un golfino celeste e guardavo in terra. Mio fratello aveva un maglione a righe e guardava l’obiettivo. Mia madre sorrideva seminascosta da mio fratello. Mia zia entrava all’ultimo nell’inquadratura, di lato. Mio zio quello alto con gli occhiali sorrideva, e gli si vedevano i denti. L’altro mio zio teneva abbracciata mia nonna, sua madre. L’altro mio zio quel giorno aveva la cravatta, e la camicia bianca. L’altro mio zio ora ha l’alzheimer. O forse non ha davvero l’alzheimer, forse sono solo le conseguenze neurologiche di tutti gli psicofarmaci con cui cui lo hanno imbottito da quarant’anni a questa parte. Fatto sta che è più simile ad una pianta che ad un essere umano, almeno a quello che normalmente si intende per essere umano. Invece è un essere umano pure lui, lo zio. Lo zio che ora ha l’alzheimer, o forse no, io lo vado a trovare ogni domenica. Lui vive ancora nella vecchia casa dei miei nonni. I miei nonni sono morti diversi anni fa, e lui è rimasto solo. Preparo il caffè, per lui un decaffeinato. Ci sediamo al tavolo della cucina, la cucina della nonna con gli stessi mobili di sempre, stile tirolese. Non mi sono mai piaciuti i mobili della cucina della nonna, però quando lei era ancora

viva non mi mettevano tristezza. Adesso quelli sportelli di legno massiccio intagliato mi fanno sentire persa. E mio zio seduto al suo posto, sempre lo stesso posto sulla panca ad angolo, da che io ricordi, le spalle alla finestra: anche lui seduto così mi fa sentire persa. E anche la tovaglia di plastica cerata a fiorellini azzurri nontiscordardimè, probabilmente sempre la stessa anche quella, oppure una identica, ci deve essere un negozio qui nelle vicinanze che ne ha uno stock infinito, di tovaglie di plastica cerata a fiorellini azzurri nontiscordardimè. E l’orologio sulla parete che segna il tempo della mia visita, mezzora: a volte, raramente, un’ora, al massimo. Lo zio tace, o meglio biascica soltanto, fa dei rumori osceni con la bocca, che quando ero ragazzina mi disgustavano. Ora non mi disgustano più, o semplicemente non ci faccio caso. Finchè io verso il caffè nelle due tazzine e mi siedo al tavolo con lui: a questo punto lui esclama: beh. E poi tace di nuovo. Allora io so che tocca a me: che mi racconti zio, vuoi raccontarmi qualcosa? Ma lo so bene che a questa domanda lui non sa rispondere, e allora dopo poco gli chiedo: sei uscito a fare una passeggiata, oggi? Oppure: cosa hai mangiato a pranzo, zio? Una signora rumena viene da lui ogni mattina, fa le pulizie, spazzola le sue scarpe, gli prepara da mangiare La sera lui si riscalda gli avanzi da solo: è ancora in grado di farlo, e incredibilmente non dimentica il gas acceso. Io domando e lui prova a ricordare, ma normalmente non ricorda nulla: se ha fatto una passeggiata, cosa ha mangiato. Però si ricorda del viaggio che ha fatto con i colleghi dell’ufficio vent’anni prima, in una qualche capitale europea. E mi racconta cosa ha mangiato al ristorante l’ultima sera del suo soggiorno a Praga, o a Berlino, o a Madrid. Io lo ascolto e penso a quando c’era mia nonna, quando questa cucina era piena di odori buoni, di crema al limone, di pollo, e di patate al forno, di torta alle pere. Adesso odora di chiuso, di medicine, e di sensi di colpa. Odora di giornate tutte uguali, passate davanti alla televisione, la testa che ad un certo punto ciondola in avanti, e russare, e televendite, e notiziari. Odora di solitudine disciolta in mezzo bicchiere d’acqua due volte al giorno prima dei pasti, 30 gocce, e una pasticca prima di andare a dormire, e un’altra al risveglio. Odora di tempo senza memoria, di presente senza bordi che ingoia il futuro. Cosa fai oggi cosa fai domani cosa hai fatto ieri, zio. Ogni mattina ti alzi ti lavi ti vesti ti allacci le scarpe, anche d’estate sempre le stesse scarpe chiuse con i lacci, ma senza calzini. Chi sei, zio. Cosa ricordi, zio. Chi eri, zio, quali furie graffiavano la tua mente quando un pomeriggio di tanti anni fa mi hai detto: hai una ferita dietro alla gamba non te ne sei accorta, fammi vedere: e l’aria era calda e appiccicosa e stanca, ed era estate, e non c’era nessuno nel portone del palazzo di casa della nonna, tutti chiusi in casa al fresco a fare il riposino pomeridiano, domenica dopo pranzo, fa troppo caldo per uscire a quest’ora, tutti giacciono spossati sui letti in penombra con i ventilatori accesi che ronzano, e io portavo i pantaloncini corti, e avevo nove anni e nessuna idea di come andassero le cose degli uomini, e nessuna paura e nessun dolore segreto: avevo un cane, un cucciolo, e lo portavo a passeggio tutti i giorni dopo pranzo, quando tutti gli altri facevano il riposino, io non volevo farlo mai, ai bambini non piace fare il riposino pomeridiano d’estate, i bambini non hanno tempo da perdere, i bambini hanno tante

cose da fare, soprattutto d’estate, come ad esempio portare il cane fuori a correre o a fare i bisogni. Tu, zio, hai un paio di bermuda sopra al ginocchio, e le gambe pelose, e le scarpe con i lacci: non porti i calzini: devono sudarti i piedi, con questo caldo e le scarpe chiuse senza calzini, penso. Perché porti sempre le scarpe chiuse con i lacci, zio? Dove, che ferita, zio? Ma qui, proprio qui, tu non puoi vederla, qui dietro all’attaccatura della gamba, aspetta fammi guardare meglio, forse bisogna disinfettare, tiro un’attimo giù i pantaloncini, sennò non vedo bene, ecco così, si, eh si effettivamente è proprio una brutta ferita, ma come te la sei fatta, chissà, giocando in giardino col cane, ti fa male se la tocco no comunque speriamo che non abbia fatto infezione è un po’ gonfio qui, si, e anche tutt’intorno anche qui per esempio mi sembra, qui dove tocco ora, qui, ti fa male qui dove tocco ora, ti fa male, dimmi no, non mi fa male, hai una scarpa slacciata, zio, lo sai? e dimmi ti ha mai toccato qualcuno qui dove ora ti sto toccando io, nessuno vero, ti piace, dimmi, e se tocco di più se infilo piano il dito ma piano non preoccuparti, piano piano, come sei morbida, morbidissima, io invece guarda io sono tutto duro guarda, ti faccio vedere, aspetta, ecco, vedi come è tutto duro e gonfio lo vuoi toccare, dai toccalo, prendilo in mano non aver paura dai si così brava ah si si non l’avevi mai visto uno dimmi non l’avevi mai toccato vero, dimmi, dimmelo, ora guarda, ora facciamo un gioco vedrai ti piacerà, ora io, guarda, qui dove ti sto toccando con le dita, ecco ora io ti tocco con questo che è così caldo vero, lo senti com’è caldo, io lo strofino piano lo strofino qui proprio qui si dove ora ho le dita, ma piano non devi aver paura non fa male lo fanno tutti sai, ma tu non l’hai mai fatto prima vero dimmi la verità dimmi non l’hai mai fatto, vedi e poi lo posso infilare pure un pochino dentro, piano piano lo strofino ancora un po’ e poi, e però questo buchino è piccolo, proprio piccolo piccolo, non so se ci entra che è così grosso vero, allora lo strofino ancora un pochino, prima, oh si si sei brava sai sei una brava bambina calda e morbida, ti piace questo gioco vero ti piace, dimmi che ti piace, ti piace come lo strofino si, io lo so che ti piace, aspetta no non ti muovere dai aspetta, fammi vedere se hai già le tette, no ancora no non le hai ancora, o forse, oh si un pochino, si, piccole piccole come sono carine viene voglia di toccarle di baciarle, ecco si proprio di baciarle, così, ecco ora io bacio le tue tettine le bacio, e tu, tu non avresti voglia tu di baciarlo ora che è tutto così duro, adesso, guarda, adesso, sai è bello sarebbe bello se tu lo baciassi un pochino è buono sai è buono, dai bacialo bacialo dai bacialo per favore dai no non voglio zio, non voglio baciarlo. Hai una scarpa slacciata, zio. Cosa cosa non vuoi sei cattiva allora, ma come, io ti ho accarezzato tutta lì dove sei tutta morbida, ti ho accarezzato, e ho leccato la tua ferita, e ho baciato le tue tettine, e tu non vuoi baciarlo ma non è gentile sai, dai solo un bacino solo uno no va bene va bene non importa non fa niente non muoverti però aspetta accarezzalo almeno, aspetta, vedi com’è tutto gonfio e rosso, dai accarezzalo, sai mi fa tanto male

se non lo accarezzi, dai accarezzalo, se lo accarezzi tu, poi non mi fa più male, mi fa bene se lo accarezzi, per favore accarezzalo, per favore no non voglio. basta, lasciami se se ora se se tu non mi lasci io io ora urlo ma cosa dici no, non urlare, svegli tutti e poi si arrabbiano, ti sgridano, perché vuoi urlare ti ho fatto male forse, no, io non ti ho fatto male, io ti ho fatto le carezze ti ho dato i bacini non ti ho fatto male perché vuoi urlare: va bene ti lascio, ti lascio, non lo dire alla nonna non lo dire a nessuno: non è successo niente eh, è vero che non è successo niente: non ti ho fatto male, non ti ho fatto niente, ti ho solo fatto le carezze, e anche tu mi hai fatto le carezze anche tu guarda che anche tu mi hai fatto le carezze, lo hai toccato, glielo dico alla nonna che anche tu mi hai fatto le carezze sai, glielo dico alla nonna che sei stata cattiva che io volevo disinfettarti la ferita che ti sei fatta in giardino, e tu invece, tu mi hai trattato male, mi hai urlato, io volevo solo disinfettarti la ferita ma tu non so cosa ti è preso, davvero non so guarda che glielo dico alla nonna, vedrai come si arrabbia, sei proprio cattiva

Te ne sei andato, inciampando nei lacci delle scarpe e nei bermuda calati sulle caviglie, te li sei tirati su in fretta e sei sparito nel buio delle scale.

Ti ricordi, zio? Questo te lo ricordi, vero? Ci pensi ancora qualche volta, se ancora si formano dei pensieri che si possano definire tali nel minestrone farmacologico del tuo cervello liquefatto, ci pensi nel tuo letto, sempre quello da quando eri ragazzo, nella tua stanzetta la sera quando vai a letto dopo esserti riscaldato la cena che ti ha preparato la badante rumena, ti siedi sulla sponda del letto per slacciarti le scarpe, le tue scarpe con i lacci, sempre quelle, sempre le stesse, anche d’estate, ti spogli, ci pensi ti ecciti ti tocchi ti si rizza ancora o resta moscio come la tua testa ciondolante davanti alla televisione, sbavi nel buio, eiaculi nel buio menandoti il tuo affare inutile e vizzo, o ti addormenti subito per le medicine e la solitudine per poi svegliarti la mattina all’alba, i vecchi si svegliano tutti prestissimo, quasi tutti, e tu non fai eccezione, zio, tu sei come tutti, zio, come tanti altri, non sei peggiore di tanti altri, e io non sono l’unica, è una storia così banale, capita a tanti bambini, capita nelle migliori famiglie, nelle migliori, è passato tanto tempo, zio, qualcuno mi ha detto: ha avuto quel che si meritava, guarda com’è ridotto: ma io non lo so cosa ti meritavi, tu, zio, io veramente non lo so, e non lo auguro a nessuno di ridursi così, zio, e non mi sento meglio, e ti guardo bere il tuo caffè decaffeinato e penso alla nonna, che non ha mai saputo niente: tua madre, che più tardi verso sera nonostante il caldo nonostante l’aria pesante e stanca e immobile, è lì in cucina seduta che spazzola le tue scarpe coi lacci, alza lo sguardo, e mi chiede: cosa ti è successo oggi tesoro, sei così pallida, non mangi abbastanza: cosa vorresti per cena dillo alla nonna, e io mi ero già fatta la doccia, e già mi ero grattata via per bene lo sporco col guanto di crine, e i

pantaloncini, e la maglietta, e le mutande, ero andata a buttarli giù in strada nel cassonetto, e ora sedevo in cucina, e guardavo i fiorellini azzurri della tovaglia di plastica cerata: nonna vorrei la crema al limone, la crema gialla al limone, me la fai nonna: e lei nonostante il caldo, nonostante l’aria stanca e pesante e immobile poggia le scarpe e la spazzola per terra, va nella dispensa e torna con le uova e lo zucchero e il latte e la farina e il limone, e si mette ai fornelli e prepara la crema, e io la guardo girare la crema sul fuoco, e asciugarsi il sudore dalla faccia con il grembiule, e poi, quando è pronta, la versa dal pentolino in una coppa di vetro, e la mette sul tavolo con la tovaglia di plastica cerata a fiorellini azzurri, e io comincio a mangiarla subito, la crema appena fatta, e ancora calda bollente: aspetta ma cosa fai, lasciala freddare un pochino, la mettiamo in frigo, che idea mangiare la crema bollente con questo caldo, e poi lo sai che fa venire il maldipancia. Ma io la voglio subito nonna, non voglio aspettare, mi piace tanto la crema calda appena fatta, anche se fa caldo mi piace, e non m’importa se mi viene maldipancia, poi passa. Tutto passa, nonna: tutto. La nonna si siede, riprende a spazzolare le tue scarpe, zio, e mi guarda mangiare, e sorride, e io mangio e intanto guardo le sue mani, e la spazzola che va su e giù sulle tue scarpe, zio: ma come farai quando la nonna morirà, zio, chi ti pulirà le scarpe la sera, zio? Preparava la crema al limone anche per te, quando eri bambino, zio? Ti consolava, la crema al limone, quando eri triste, zio? Ti faceva sentire protetto, e al sicuro, in un luogo buono dove c’erano solo odori buoni? Si sedeva accanto a te la nonna, tua madre, mentre mangiavi la crema al limone, zio? Di cosa parlavate, zio? Anche a te piaceva la crema ancora calda, zio, o aspettavi che si freddasse nel frigorifero, prima di mangiarla? Chissà perché in questa foto la nonna ha una scarpa in mano, mi chiedo: non ricordo.

Se vuoi, posso suonare l’armonica per te

Di chi è questa foto chi è quest’uomo che suona l’armonica? Oggi è proprio una bella giornata, potremmo uscire a fare una passeggiata nel parco. Si? Chi te l’ha detto che sono io? E quando? Non ricordo. Nel parco c’è un cratere, un buco lasciato da un’esplosione. O forse da un meteorite. Ci costruiscono delle nuove case, con i giardini. Gli operai rumeni nella pausa pranzo bevono birra e lasciano le bottiglie vuote sulla panchina e tutt’intorno al cratere. Ti ho raccontato che mi piace suonare l’armonica, dici: pochi giorni fa, quando sei venuta a trovarmi insieme a mia nipote. Tu non sei mia nipote, però. Sei una sua amica? Perché non siete venute insieme? Non ti avevo mai visto prima, e poi lei è molto più giovane di te: lei è ancora una bambina. Con lei bevo sempre il caffè, quando viene a trovarmi. Come ti chiami tu? Mia nipote si chiama – non mi ricordo come si chiama. Certo si, è vero, proprio così, come ho fatto a dimenticarmelo. A volte mi dimentico le cose più semplici, per esempio come si chiama mia nipote. E tu come ti chiami? Perché oggi lei non è venuta, potevate venire insieme. Forse doveva fare i compiti. Ormai dovrebbe fare la quinta elementare, o forse la terza media, non sono sicuro. Si, è ancora una bambina ma qualche volta beve anche lei il caffè, mi sembra. No, non le fa male: è decaffeinato. Io anche non posso berlo, il caffè normale, per via delle medicine. No, non sono malato: chiedilo pure a mia nipote quando la rivedi, se sono malato. Lei me lo dice sempre: tu non sei malato, zio, è solo che non ti ricordi niente: nemmeno di allacciarti le scarpe, zio. Qualche volta infatti esco di casa con le scarpe slacciate, si. Mi è anche capitato di inciampare. C’è sempre il rischio di finire nel cratere. Vuoi un caffè? Non importa, possiamo farne un altro, tanto è decaffeinato. Ah non ti piace il

caffè. Neanche a me in realtà, ma a mia nipote piace, io lo bevo per farla contenta. Oggi è proprio una bella giornata. Ti ha detto quando arriva? Dovrebbe arrivare tra poco, oggi è domenica. Ah, non è domenica, è venerdì. Si a volte usciamo anche a fare una passeggiata, quando è bel tempo. Portiamo a passeggio il suo cane, lei ha un cane, sai non se ne separa mai: è molto vecchio, ormai, il cane, quasi non riesce più a camminare, glielo dico sempre a mia nipote che dovrebbe farlo sopprimere, è così malato, lei spende un sacco di soldi in medicine per questo cane, non sarebbe meglio che morisse, mi chiedo io, che senso ha, è quasi completamente cieco, ormai, e sordo, e non si regge bene sulle zampe. Dovrebbe farlo sopprimere, gli risparmierebbe un sacco di sofferenze. Ma lei non vuole, dice che non si fa sopprimere un cane solo perché è vecchio. D’altra parte è il suo cane, che faccia quello che vuole, è lei che deve decidere. Lei infatti dice proprio così, che non sta a me decidere. Ma io dico che vita è quella ormai? Lei dice chi sono io per dire che una vita vale la pena di essere vissuta o meno. Chi sono io per decidere, chi sono io. Dice: queste sono cose da nazisti. Da nazisti, esagerata. Devo ricordarmi di allacciarmi le scarpe, prima di uscire. Chi è quest’uomo che suona l’armonica, anche io suono l’armonica, lo sai? Mi piace suonare l’armonica, mia nipote dice che sono bravo. No no, ormai è tanto tempo che non suono più, deve essere da quando mia nipote era ancora piccola: a lei piaceva ascoltarmi suonare, ora non suono più. Ora se vuoi però la cerco, l’armonica, e ti suono qualcosa. Ti puoi sedere sul divano, o resta pure lì sulla sedia, come preferisci. Quando suono mia nipote si siede sempre sul pavimento, a gambe incrociate, io le dico: siediti sul divano, o almeno prenditi un cuscino, non ti prende freddo al sedere? Sempre con quei pantaloncini corti, poi, e le gambe nude: ha le gambe tutte piene di lividi e graffi, passa tutti i pomeriggi fuori nel parco con il cane. Se portasse i pantaloni lunghi almeno non si graffierebbe continuamente tutte le gambe. Da un po’ di tempo ha smesso di chiedermi di suonare l’armonica, ma si sa i bambini crescono, hanno altri interessi, cominciano ad uscire con gli amici, non hanno più tempo, e quando poi si esce con loro per una passeggiata non parlano quasi. Ma poi è una seccatura proprio questa di portare a passeggio un cane e raccogliere gli escrementi con la bustina. Però certo almeno lei, mia nipote li raccoglie, mentre ci sono persone che li lasciano lì, sul marciapiedi, e allora poi capita che uno ci mette il piede, mi è capitato sai, una volta ho pestato una cacca di cane, mia nipote mi ha detto attento zio guarda dove metti i piedi, ma io non ho fatto in tempo, dicono porti fortuna ma insomma io non ci vedo proprio nulla di fortunato nel pestare una merda, la merda è merda: zio mannaggia l’hai presa in pieno, e hai pure la scarpa slacciata guarda i lacci ora sono pieni di merda. Questa volta se usciamo a fare una passeggiata devo proprio ricordarmi di allacciarmi le scarpe. A mia nipote poi piace sedersi sulla panchina sul vialetto del parco, il vialetto che porta alla stazione della metropolitana, quando vado al lavoro anche io faccio quella strada. Si mette lì seduta, anche se fa freddo, anche se non so come faccia, sempre con quella sua gonna corta e le gambe tutte nude, ma non hai freddo, le chiedo, e guarda, ti sei tutta graffiata dietro la gamba, i graffi sono tutti rossi e gonfi, ma lei fuma una sigaretta e non risponde, io glielo dico sempre che dovrebbe smettere di fumare, che fa male. Anche io fumavo, ma ora ho smesso: in ufficio è vietato fumare. No, certo,

adesso non vado più al lavoro, adesso sono in pensione. C’è un buco lì, un cratere, non so cosa sia successo, sembra lasciato da un meteorite, ma al telegiornale non hanno detto niente, comunque sia c’è questo buco, un buco profondo, nero come un pozzo, si, sembra quasi un pozzo, dovrebbero chiuderlo, è pericoloso, ci potrebbe finire dentro un bambino, ti ricordi la storia di quel bambino alla televisione tanti anni fa, era caduto in un pozzo, si, ma poi l’hanno salvato, mi sembra, oppure no all’ultimo momento quello che l’aveva raggiunto ha perso la presa, gli è scivolato, è chiaro era tutto pieno di fango lì dentro al pozzo, e allora il bambino era tutto scivoloso e così è scivolato via, giù, ed è ancora lì, credo. Ai funerali ci andò anche il presidente della repubblica. Mia nipote per esempio va sempre lì nel parco a giocare col cane, potrebbe finirci dentro anche lei, e farsi male, i bambini si sa, quando giocano sono distratti, non si rendono conto di quello che succede intorno, non si rendono conto nemmeno quando si fanno male, mia nipote ad esempio a volte torna a casa con le ginocchia tutte sbucciate e nemmeno sa come ha fatto a sbucciarsele, oppure con le gambe tutte graffiate, nel parco è pieno di cespugli di more e a lei piacciono molto le more. Comunque ecco si, lei potrebbe caderci dentro a quel buco a quel cratere del meteorite, mentre corre con il cane, e poi chissà se ce la fa a risalire, è ancora piccola, magari si prende paura e non riesce a risalire, e il cane è appena un cucciolo, anche lui potrebbe finire nel buco con lei e non riuscire più a risalire, e allora poi, chissà che paura prima che qualcuno li va ad aiutare. Mia nipote ti ha detto che di solito non parlo molto però non so, deve essere che mi sembra di conoscerti, e poi oggi è una bella giornata, potremmo andare a fare una passeggiata. La signora che viene qui ogni giorno per cucinare ha fatto le patate al forno e il pollo, e la crema al limone. La prossima volta però le devo ricordare di pulirmi le scarpe, si scorda sempre di pulirmi le scarpe. Si, come quella che faceva mia madre, certo lei la faceva meglio, senza grumi, la signora non la gira abbastanza, si vede, la crema bisogna girarla continuamente sennò fa i grumi, lo diceva sempre mia madre: sennò fa i grumi. A te piace la crema al limone? Se vuoi, posso suonare l’armonica per te, dovrei averla qui da qualche parte in un cassetto, se hai ancora un po’ di tempo, siediti sul divano, non hai freddo lì sul pavimento, o almeno prendi un cuscino: aspetta, vuoi un caffè?

E’ passato

May I never be complete

May I never be content

May I never be perfect

(Chuck Palahniuk “Fight Club”)

Tutto passa, tutto. E tutto è passato, in effetti. Adesso non so più neanche ricordare, adesso che il dolore è passato, e con esso la guerra. Adesso non ricordo il suo volto, adesso anche il suo volto è passato. Adesso sono nuova a me stessa, e il passato parla una lingua che io ho dimenticato. Adesso a volte di notte mi sveglio, e so che nel sogno ho avuto paura, e che l’ho visto: ma è passato, è tutto passato. So anche che lui mi scrive lunghe lettere, ma a me non è mai arrivata nemmeno una cartolina. E questa che vedi, è l’unica foto che ho di noi: anche se lui nella foto non c’è, e a dire il vero non era su quella barca: io però lo vedo, l’ho sempre visto. Lo vedo nella mia schiena, nelle pieghe del mio cappotto, e nei miei capelli, lo vedo da com’è il mare, dalla direzione che indica la mia mano, dalla febbre del mio sguardo che si nasconde. A quel tempo, io, portavo furiosamente un groppo in gola: attraversavo camminando a passi larghi una città che non sapevo acquietare, lasciandomi assalire da ogni sguardo senza speranza che incrociasse il mio. Il suo, era lo sguardo più senza speranza che avessi mai incontrato: mi aspettavo che quello sguardo mi spogliasse e mi amasse nella mia furia, che mi leccasse i piedi, che masticasse frantumandolo il

groppo della mia gola, che si denudasse davanti a me come se fossi l’ultima, che si lasciasse guardare dove solo io lo vedevo, che corresse da me lì dove vivevo, dall’altra parte, portandosi dietro una valigia e nessun ricordo, ma non sapeva farlo: saliva e scendeva, continuamente, le scale del suo condominio in quella città di mare dove viveva. Qualche volta, arrivato fin giù, riusciva anche ad uscire dal portone, camminava fin sulla riva del mare, entrava in acqua, completamente vestito, e cominciava a nuotare verso l’altra parte, verso di me, ma il suo diario di guerra e i sassi nelle tasche della giacca rischiavano di trascinarlo a fondo, e così tornava indietro, e da me, dall’altra parte, non arrivava mai. Ancora una volta ritornava a casa, con le scarpe piene d’acqua e alghe negli occhi e piccoli molluschi tra i capelli lunghi, contando i passi e attento a non calpestare le fughe del selciato, mai abbastanza fitte da fargli perdere l’orientamento e la memoria. Il suo condominio lo aspettava, maternamente: le radici dei suoi inquilini affondavano nel cemento del condominio intrecciandosi alle tubature dell’acqua, ai fili elettrici, alle condutture del gas: io ero la straniera, quella dell’altra parte, e attraverso i muri, sui pianerottoli, dai pavimenti di graniglia grigia, dagli spioncini delle porte, le loro voci suonavano una musica da sirene. Gli inquilini non volevano che lui si allontanasse troppo, nemmeno per un giorno: senza di lui, il condominio sarebbe sparito accartocciandosi su se stesso, inghiottito dall’enorme voragine di un terremoto, sommerso dall’onda anomala del mare di mezzo che ci separava, e questo, loro, non potevano permettere che accadesse. Il condominio, armato di cemento fino ai denti, crivellato di antenne e vasi di gerani, era antico quanto l’amarezza dei suoi infissi di alluminio anodizzato, e lui ne era l’amministratore unico e delegato, il colpevole della porta accanto, il dannato del pianerottolo, l’abitante dell’ultimo piano, colui che faceva l’appello, stilava i verbali, l’agnello di Dio. Ogni volta che lui scendeva le scale nel tentativo di uscire, gli inquilini si affacciavano dalle porte dei loro appartamenti, uno dopo l’altro. Lui si fermava a parlare con tutti, li chiamava gentilmente per nome, distribuiva equamente bollette e verbali da firmare. Qualcuno lo invitava anche a bere un caffè: lui non rifiutava mai. L’inquilina del terzo piano lo aspettava sulla soglia di casa con una dolce appena sfornato. Lui non sapeva dire di no: tutte le volte entrava a mangiarne una fetta. L’inquilina del quarto piano era gentile, faceva da anni sempre lo stesso dolce, e ogni volta gli chiedeva: ti piace? Lui, il condannato, rispondeva che si, gli piaceva molto, ed effettivamente era vero: gli piaceva, e non ricordava che potessero esistere dolci diversi. Ancora una rampa di scale, e lo aspettava l’anziano inquilino del terzo piano, anche lui sulla soglia, con una lettera in mano, sempre la stessa lettera da anni: gli chiedeva di leggergliela. Lui entrava dall’inquilino del terzo piano, si accomodava sulla poltrona, leggeva ad alta voce la lettera. Era una lettera lunghissima, in una lingua senza speranza, e veniva da un paese che non esisteva più: la conoscevano ormai entrambi a memoria, ma il vecchio non poteva fare a meno di ascoltarla, e lui di leggerla. Ogni volta iniziava in maniera diversa, e ogni volta finiva nella stessa maniera. Poi lui si alzava dalla poltrona, e andava in cucina. In cucina c’erano i piatti sporchi nell’acquaio, e lui li lavava in silenzio. Il vecchio protestava appena un po’, all’inizio, ma sapeva che non sarebbe servito a niente: perché lui era

l’amministratore, colui che paga il conto, e i suoi piatti sporchi ne erano parte. Al secondo piano lo aspettava sulla soglia un adolescente che non somigliava a nessuno, chiedeva: perché mio padre non torna? Tu lo sai perché mio padre non torna, lo sai. E’ colpa mia se mio padre non torna? E’ qualcosa che ho fatto io? No, rispondeva lui entrando in casa, è colpa mia, io sono l’amministratore: tu non preoccuparti, pensa a crescere, impara a nuotare, fai i compiti: domani tuo padre tornerà, ne sono sicuro. Poi gli insegnava a fare gli aereoplanini di carta con le pagine del diario di guerra che portava sempre con sé in una tasca della giacca. Insieme li lanciavano dalla finestra della cucina, li guardavano volteggiare verso l’altra parte, lì dove io non alzavo lo sguardo. Perché non prendeva l’ascensore, ti starai chiedendo, tu che ancora pensi che cinque piani bastino per rimettere a noi tutti i debiti. Ma anche questo era parte del conto del condominio: non prendere l’ascensore, salire e scendere a piedi le scale, fermarsi a parlare con tutti. Qualcuno deve pur pagarlo, il conto, e io sono l’amministratore, il responsabile, diceva lui: io non scuotevo neanche più la testa, guardavo il mare e pensavo alla mia barca, che avrebbe potuto portarci dall’altra parte, da me, se solo lui si fosse deciso a finire di fare i bagagli. Ma non finiva mai: la valigia era aperta sul letto, ogni giorno lui vi riponeva con cura una camicia, e un libro, e toglieva un pantalone, perché, diceva, non era quello adatto alla stagione. Il giorno dopo toglieva il libro, perché lo aveva già quasi finito, che senso ha portarsi un libro che si è già letto, diceva, e ne cercava un altro da portare. E metteva in valigia un altro pantalone, più leggero, più adatto alla stagione. Intanto però era già inverno. Allora si ricordava di aver dimenticato il maglione di lana, e lo spazzolino da denti. Diceva: finirò la valigia domani, ormai è troppo tardi. Si, finirai domani, dicevo io, ora prendiamo l’ascensore e usciamo. Così, prendendo l’ascensore per non incontrare gli inquilini, uscivamo, e andavamo al cinema. Io fuggivo, lui saliva e scendeva le scale girando intorno a se stesso: il cinema era la nostra terra di nessuno. Nel buio, gli infilavo una mano nei pantaloni e venivo più volte, sui titoli di testa del film. Lui muoveva piano il bacino su e giù assecondando il movimento della mia mano: di solito non veniva, e mai comunque prima dei titoli di coda. Dopo, all’uscita dal cinema, eravamo felici: lui dimenticava il condominio, io deglutivo la mia furia. Camminavamo fianco a fianco, il desiderio ci scioglieva i passi, andavamo a comprare il vino, tornavamo a casa sua. Ignoravamo le voci degli inquilini, prendevamo l’ascensore, ci chiudevamo la porta alle spalle, aprivamo la bottiglia di vino, cominciavamo a bere. Spogliati, gli dicevo. Lo guardavo: lui si spogliava, mi guardava. I suoi occhi erano miei, le sue mani che facevano scorrere la lampo dei pantaloni erano mie, il suo sesso era mio: il suo desiderio era mio. Gli lasciavo segni sul corpo perché si ricordasse di sé. Però poi il giorno dopo io tornavo dall’altra parte, e lui non era più capace di prendere l’ascensore: ricominciava a scendere e salire le scale fermandosi ad ogni piano. Gli inquilini lo attendevano sulle soglie dei loro appartamenti, offrendogli uno ad uno la loro assoluzione quotidiana: firmavano il verbale in cambio di una visita, lui strofinava il proprio senso di colpa sugli zerbini ed entrava: quarto piano, terzo piano, secondo piano, primo piano, piano terra. Così passavano i giorni: dall’altra parte, io, stiravo giacche e camice da uomo, lasciando l’impronta bruciata del suo nome sui

colletti, come una preghiera. Uscivo a camminare all’alba sul lungomare guardavo dall’altra parte i monti che continuavano a crescere di notte intorno alla sua città, e la strada che attraverso le cave di pietra portava al suo condominio. Superavo il molo dove era ormeggiata la mia barca, continuavo a camminare, ignorando gli aereoplanini di carta fatti con le pagine del suo diario di guerra che volteggiavano in aria lanciati dal ragazzino del secondo piano, e che si ostinavano ad arrivare fino a me. Si andavano a posare sui rami più alti degli alberi lungo il mio cammino: non spenderò i miei occhi per leggere dell’ultima battaglia persa, dell’ultimo tuo assedio mai concluso, camminerò lungo questo mare fino a perdere di vista il tuo amore, pensavo, e camminavo, e dimenticavo la sua lingua, e dimenticavo il mio desiderio, e il suo nome, e la preghiera sui colletti bruciati delle camice, e il segno della corda stretta intorno ai suoi polsi, e il cinema, e la sua voce che gridava il nome che mi aveva dato, e il suono della frusta sulla sua schiena in mezzo a tutto quel silenzio innocente: cercavo la compassione degli alberi stendendomi sulle foglie, ma i sogni mi lasciavano sola. Non tornerò mai più a prenderti, a sgranare il rosario delle tue ferite, dovrai attraversare a nuoto lo spazio che ci separa, dovrai bruciarti le piante dei piedi con il mio ferro da stiro, e raggiungermi, e distenderti con me lungo i miei occhi, e lasciarti guardare, e parlarmi, e consumare con me tutto il tempo che resta prima, e anche quello dopo. Dovrai lisciare le pieghe del mio cappotto fatte dalla tua assenza, dovrai baciarmi le mani e leccarmi i piedi, dovrai farmi dormire, masticare il groppo della mia gola per sputarlo insieme alla tua colpa. Prima che sia tutto passato.

Lezione d’anatomia

Oggi come puoi ben vedere in questa foto, un po’ sovraesposta è vero, nella savana a quest’ora c’è una tal luce, mi uccidono e dissezionano sul red carpet davanti al pubblico e ai fotografi per una dimostrazione di anatomia della disperazione: oggi si mangia spezzatino di me. La mia vicina che mi cresce dentro mi aveva avvertito: lascia perdere quell’essere umano, guardalo bene, guarda come ci assomiglia, nonostante abbia solo due gambe, e sia molto ma molto più basso di noi, è uguale a me: uguale a te, è il figlio che nostra madre ha abbandonato in una cesta nel fiume perché suo padre non lo divorasse scoprendolo storpio, è un principe di sangue irreale, un rospo trasformato in zucca da un bacio, un centauro mezzo essere umano e mezzo colpevole, mezzo femmina e mezzo idiota, con due soli piedi di piombo, e a mezzanotte si rivelerà per quello che è lasciandoti sola, senza scarpe, e con la lingua mozzata. Endogamia, si chiama, ed è punita con la pena capitale tramite squartamento ad uncinetto. Così aveva parlato la mia vicina, la figlia di nostra madre che mi cresce dentro la sera da quando non vado più a ballare. Da quando la mia zampa posteriore destra è rimasta senza parole torcendosi improvvisamente su una distesa bianca di panna montata, e il silenzio era così pietoso, e aveva subito messo a tacere il mio dolore, lasciandomi sorpresa a fissare le cime ghiacciate degli alberi. Da quel giorno non danzo più, e non ho pace. L’ultima volta che ho danzato ero vestita da essere umano, dalla scollatura del corpetto le tette quasi volevano saltare fuori, e la mia dama era bella, bellissima, e io

vorticavo felice per la sala con lei tra le braccia. Tutti nella sala ci guardavano, noi danzavamo, e ridevamo una risata sola piena di bolle felici che scoppiavano una ad una dal fondo della gola, io nel mio vestito da essere umano maschio, lei con l’ampia gonna stellare: ci guardavano, gli uomini infuriati, le donne con gli occhi appuntiti, e stringevano pietre tra i denti, pronti a colpire, e le mani saggiavano i canini, e gli urli scalpitavano prigionieri nei petti smaniando di balzarci addosso, e fendeva l’aria la rabbia del re, seduto in alto sul trono con mano guantata indicava il mio petto, sillabava il mio nome: tu sei mia, tu dove credi di arrivare danzando, le stelle ti cadranno sulla testa e non una stalla ti sarà di riparo. La mia dama si scioglieva dalle mie braccia, indietreggiava affondando nella panna montata e sbattendo a ogni passo negli occhi appuntiti: io in esilio ai lavori forzati tra gli schiavi costruttori della torre di Babele. Ma non ho paura, io mi libererò di voi, della vostra compassione e delle vostre ormai inutili scale che non arrivano a niente, sono marci i pioli e tradiscono il piede spezzandosi, mi farò issare in aria, sospesa, dove è solo questione di mani, e non resta che salire e sperare in una grande catastrofe che ci salvi tutti dal gran finale di questo triste spettacolo: Riposa In Pace, applausi e ciao, buon viaggio: manco stesse a partire per la villeggiatura, il povero cristo, sempre lui, poi. Ma oggi invece, dicevo, oggi ti invito a cena, oggi si mangia spezzatino di me, peccatrice, e colpevole di endogamia, io che ho osato amare un mio simile invece che un pesce rosso, un mio troppo simile, un mio me stesso, un mio possibile, oggi si mangia spezzatino di me e di nostro figlio che non era storpio, lui, era bellissimo, era solo macchiato d’amore, una macchia che nemmeno il sale, nemmeno il prelavaggio, nemmeno il sapone di bile di bue, nessun programma smacchiatura del peccato originale cancella. Che io mi aspettavo di finire i miei giorni marcendo nella savana ai piedi di un albero del pane, corrosa dal vento, cibo per leoni, sciacalli e locuste, così era scritto nel mio destino di bestia acculturata e nobile, e non potevo immaginarmi spettacolo per bambini e adulti in un documentario scientifico-pedagogico, attrice protagonista unica e assoluta di una lezione di anatomia, palma d’oro e di pece alla miglior interpretazione postuma: vedete questo è il cuore prendete e mangiatene tutti, questa è la bile prendete e bevetene tutti, questo è il fegato prendete e rodetene tutti, questo è il cervello, prendetelo e se non sapete che farne fatelo a pezzi e spargetelo al vento, questo è il dolore, mettetelo in cornice e appendetelo in corridoio, e se in corridoio non c’entra pulitevici il culo. Questo qui, poi, questo che vedete qui, questo non è lo stomaco, questo è un buco, un buco nero, la centrale termoelettrica della disperazione, il mulinello, la macina che macina i sassi e li digerisce e li caca in tante piccole pepite d’oro: c’erano dinosauri che ingoiavano sassi per triturare il cibo, io li ingoiavo per cacare pepite d’oro. E vedete tutte queste arterie e gallerie, che si diramano sotterranee e portano il buio in tutti gli angoli del corpo, fin nelle zampe, negli zoccoli, nelle corna, nelle orecchie, un flusso inarrestabile di disperazione che passa e fluisce tra gli organi interni, esterni, superiori, inferiori, principali e secondari, e inevitabilmente esce di colpo dagli occhi e cola nero sul pavimento, tanto inevitabilmente che se anche qualcuno adesso, proprio adesso, si alzasse e decidesse di rompere il vetro e tirare l’allarme e interrompere la trasmissione e gridare scusate è tutto un errore un terribile errore, tornatevene a casa, vi rimborseremo il prezzo del

biglietto d’ingresso e in più in omaggio lo zucchero filato, ma ora andate via, andate a nanna, anche così non servirebbe ad arrestarlo questo liquido nero petrolio che mi incolla le palpebre, e non mi lascia respirare la notte. Già da tempo ogni giorno al mattino il mio cuscino è zuppo del nero liquido delle mie gallerie segrete, e strizzo il mio pigiama nel lavandino e scollo le palpebre con l’acido borico, e piego il mio bel collo a destra e sinistra scrocchiando le vertebre: dall’ultima radiografia risulta che le ultime tre sono schiacciate: ma lei scusi ma che lavoro fa, il facchino ai mercati generali, mi ha chiesto stupito il dottore, Io? ma no, io faccio la giraffa allo zoo, non è certo un lavoro pesante, cammino elegante di qua e di là nel recinto, non è mai venuto a vedermi? Le posso lasciare un biglietto omaggio per domenica, anzi tre, così può portare sua moglie e suo figlio. Il dottore però oggi non l’ho visto tra il pubblico, forse non è ancora arrivato, e io non posso distrarmi, oggi sono il piatto del giorno, devo essere in forma e lo sono: piena fino all’orlo di nero peccato originale liquido e denso, che colerà dai miei occhi bistrati al momento giusto, come sempre infilerò il mio vestito da sera migliore coperto di strass e lustrini e farò il mio spettacolare tanto atteso ingresso al ballo piroettando sulle punte delle stampelle, mi svelerò strato a strato, e prima del gran finale tra i flash dei fotografi e l’ entusiasmo della folla in delirio, offrirò al miglior pretendente la mia immortale lingua blu mozzata su un piatto d’argento, tra lo stupore degli spettatori, e le grida soffocate delle donne incinte, e le risate imbarazzate dei papà, e gli occhi sgranati dei bambini, e i sorrisi dei palloncini, e lo scoppiettare dei popcorn, lambendo appena, senza sporcarli, i vostri piedi innocenti, le vostre ombre lunghe, il vostro pranzo in famiglia, la vostra domenica di Pasqua di Resurrezione.

In atto

He made me a hunter, not a poet a killer, not a musician.

(Oh Petroleum)

(Io sono il cacciatore. Le dame di tutto il regno animale e vegetale danzano per me ogni notte, facendo compagnia al mio fucile. Alla sua vista si sciolgono in lacrime, i loro occhi truccati di nero cadono ai miei piedi. Io non sorrido, canto ad occhi stretti un canto per non udenti, storpi e volpi orfane. Le canne del mio fucile e le caviglie della mia principessa mi spellano le dita, la mia voce seppellita sulla collina risorge dalla tomba e mi cammina al fianco, percorriamo sentieri paralleli di fuoco incrociato, in mezzo a noi solo terra bruciata. Non posso raggiungerla e lei non può toccarmi: così nascono le sirene, e così rinasco io, ogni volta, dalle mie ceneri. Le dame intrecciano ghirlande con le piume degli uccelli abbattuti, i rospi arrivano in processione portando sulla schiena la mia principessa: lei, tornata azzoppata dall’ultima cena, e dal mio fucile pietosamente abbattuta perché non soffrisse. La canna fuma ancora per la disperazione, le mani mi bruciano, i polpastrelli spellati, e non posso smettere di cantare, altrimenti i rospi si trasformeranno in esseri umani vivi e le dame in uccelli morti. Prima non era così. Prima mi affacciavo alla finestra ogni mattina e guardavo la mia bella addormentata andar via in bicicletta, con la gonna alzata sulle gambe e gli

stivali di pelle. Si girava sempre a salutarmi un’ultima volta prima di scomparire nella polvere sottile dei gas di scarico, i suoi capelli biondi sparsi nei miei pensieri. Ma poi sono iniziate le esplosioni, e lei ha iniziato a tacere.)

Il massacro oggi può attendere, cantavo nel letto scivolando verso i titoli di coda: il massacro può attendere è una frase che ho letto non so dove, e ora mi appare in tutta la sua menzogna: il massacro non attende, è in atto, minuto per minuto, occhio per occhio. Quando taci, e tu taci parecchio, il massacro è in atto a causa del tuo silenzio: tu mi taci a morte. Quando parli, e tu parli parecchio, il massacro è in atto in ognuna delle tue parole: tu mi parli a morte. E tutto questo cantare, e tutto questo splendere del cielo che pietosamente copre: il lenzuolo sul corpo. Ogni sera, quando i sorrisi cessano di stillare ipocrisia, e ognuno inizia il proprio ritorno a casa dopo essere stato perdonato, io resto a domandarmi perché non una scarpa si accompagni ad un’altra: quand’è che siamo diventati un branco di storpi? E quand’è stata l’ultima volta che non mi hai mentito? Io ricordo un oggetto, e non mentiva: una cinta di cuoio, arrotolata: l’hai messa nella mia mano, nella sinistra. Quella cinta ha colpito via qualsiasi menzogna passata e presente, ma nulla può sul futuro: gli oggetti che usiamo per uscire allo scoperto restano intrappolati nel momento, e lì muoiono alla parola che vorrebbe ricordarli. La volta dopo quell’oggetto sarà solo una copia, svuotata del suo potere, morta alla nostra richiesta di misericordia. Avremo bisogno di un nuovo oggetto, di nuove parole per colpire, e dovremo salire ancora più in alto: saremo capaci di non guardare in basso, o la vertigine ci spingerà a mentire? Io salivo, un’altra notte che non era questa e che ricordo, salivo: ed ecco la testa mi gira, e l’anima arranca, si guarda indietro, cerca riparo: povera animella braccata, pensi di poterti salvare? Sputare, devi, sui palmi, e sfregarli l’uno contro l’altro e trovare una presa, una buona presa. Certo ora hai le mani occupate, ora imbracci un fucile. E credi che imbracciare un fucile faccia di te un valido e rispettabile membro di questa fiaba, un cacciatore. Ma è già tutto in atto: il passato c’era, una volta, e ha fatto il suo corso, ed è finito in un bagno di sangue: il massacro non è stato impedito, ed è stata la tua pigrizia, proprio la tua, a non impedirlo. La pigrizia è l’infamia che ti macchia, anima mia: dì soltanto una parola di meno, e non sarai salvata. Ti sei venduta al mercato dell’usato: in cambio hai potuto continuare a dormire. Hai dormito per secoli, mentre i bambini venivano ingozzati di ovetti-sorpresa per ingrossarne il fegato e farne crema spalmabile al cioccolato, gli anziani sbudellati di senso e travasati in grandi fioriere per rallegrare il salotto comune nelle lunghe sere d’inverno davanti alla tivvù. E intanto tu dormivi, anima mia, e il tuo bel principe di seconda mano vagava sonnambulo perso nella contemplazione delle sue viscere, sempre più giù, sempre più in fondo, e cosa trova lì, incagliata nella postfazione del suo intestino: una peritonite travestita da memoria. Tutto ciò che le sue mani toccano si trasforma in questo nulla, anche il suo fucile, che non sa usare: non c’è spazio tra i suoi pensieri che non sia sotto assedio, e cosa posso io, se non colpire?

Ogni colpo mi avvicina all’epicentro, al cratere sulla collina dov’è seppellita la sua voce: dopo toccherà a lui riportarmi indietro, e abbattermi con un colpo alla nuca, sempre che ne sia in grado. Gli uccellini sul balcone mangiano il loro pasto fuori stagione, e oggi: io ho due figli, dva, le dico, a questa donna che mi guarda e non mi vede, come io probabilmente non vedo lei, e tu quanti figli hai? Cetiri, mi dice, quattro e fa il segno con le dita, e avrà si e no vent’anni. Giovedì nema skola, ho detto io, oggi, invece di abbracciarla: non parlo quella lingua, ma non mi è più straniera della mia lingua madre, oggi, nel punto in cui la mia mappa corporea non si adatta all’assenza, e mi fa male, e non so dire, non so parlare, qui dove mi hanno amputata: per questo arto fantasma non c’è una parola, neanche una parola: per questo essere stranieri al proprio corpo non c’è traduzione: qui è quando mi hanno mozzato la lingua, la mia bella lingua blu diventata una lingua straniera a se stessa, una lingua fantasma in una bocca straniera. Oggi, è quando abbiamo messo cannoni nelle fioriere, e i vecchi sono esplosi, una carneficina primaverile, e i bambini ripieni, un inferno di fuochi d’artificio e canti di benvenuto, una cacofonia di buoni sentimenti cantata da un coro di sordomuti. Nel coro io ero nell’ultima fila, sempre nell’ultima, la lingua blu non era abbastanza fotogenica: lo è diventata poi, dopo essere stata mozzata, quando ha iniziato a contorcersi. Cantavamo avanzando nel Sol dell’Avvenire, secondo l’ usanza, noi, branco di storpi, sordomuti, ciechi e prossimi al sonno. Il passato c’era, una volta, come previsto, e divorava tutto, seppellendo il dolore nelle uova di Pasqua: cocci di vetro dentro palle di neve. Ma poi: il dolore è risorto, dici, davvero è risorto, rispondo, e tu mi guardi, e mi consegni la cinta: colpisci, hai detto o è quello che ho voluto sentire e che ripeto io ora, con la mia lingua fantasma: colpisci, e riportami indietro, là dove tutto è cominciato, sulle rive del Gange, o di un altro qualsiasi fiume di periferia, dove ci siamo incontrati la prima volta, che poteva anche essere l’ultima, se anni dopo, oggi, non avessi visto la sorpresa colare dai tuoi occhi, così uguali ai miei, quando i bambini sono esplosi e la cioccolata calda è schizzata tutt’intorno. Queste sono le conseguenze del dolore, penso, e mi sveglio con una moneta incastonata nel mezzo della fronte, per impedire al sangue di fare il suo corso e trasformarsi in livido. Queste sono le conseguenze del dolore, e sbatto contro lo stipite della porta, e inciampo, e mi taglio via tutti i polpastrelli con le loro inutili impronte digitali: ecco, ora non saprò mai se è vero che non ne esiste nemmeno una che sia uguale ad un’altra, non saprò mai se la tua lingua mi è straniera quanto la mia, non saprò mai se sei tu che hai la scarpa che mi manca, la mia scarpa spaiata, non vedrò mai crescere i tuoi figli. Faremo tutti ritorno alle nostre case, stringendo nelle mani il nostro assedio quotidiano, e non saprò nulla di più, e non avrò saputo cambiare nulla. Perché c’ero, una volta, ma ero pigra e bella. Non c’è moneta che impedisca al passato di fare il suo corso, penso, e trasformarsi in questo massacro in atto? In ginocchio ai miei piedi, penso. In ginocchio ai miei piedi e io farò quel che bisogna fare, tutto quel che è necessario: qualcun’altro avrebbe dovuto farlo prima di me, io posso solo offrirti il mio corpo, moneta necessaria ma non sufficiente, come risarcimento. Tu succhia fino a farti saltare tutti i denti, e lasciati guardare, e piangi, che le parole ci sono sempre mancate. Io piroetto e

ammutolisco storpia, quando il cerbiatto guardiano con una chiave appesa al collo fa capolino nell’orto: era me che aspettavate, dite era me che aspettavate? Il guardiacaccia della fiaba accanto mi ha già cavato il cuore, cosa pensate di potermi cavare ancora, non avete il diritto di stare qui, e nessun idiota riporterà indietro la principessa dal suo sonno mortale stasera, sono io che decido. Niente bacio, tantomeno poi con quella lingua mozzata. Cerbiatto cattivo, cerbiatto senza cuore! diremo: ma i cerbiatti di ieri sono sono i padroni di oggi, padroni della nostra vita e della nostra morte, e soprattutto della nostra chiave di casa. Dove troveremo riparo stanotte, dove, in questo paese di nani da giardino e tigli in fiore, da dove guarderemo tramontare il fiume e farsi domani, dove lasceremo i segni del nostro respirare, dove faremo ritorno con le buste della spesa cariche di tenerezza, dove cucineremo la nostra speranza a fuoco lento, dove bruceremo il fondo della pentola, dove butteremo i resti del nostro sonno interrotto, dove leccheremo via la polvere dagli occhi, dove masticheremo con cura le ore che ci restano, dove spiumeremo la grazia che pioverà dal cielo, dove m’insegnerai a sopravvivere al tuo passato? Strappagli la chiave dal collo, al cerbiatto, e abbattilo: a cosa ti serve il fucile mi domando, se non sei capace di abbattere neanche un cerbiatto a cui già hanno strappato il cuore, un cerbiatto zombie vuoto e connivente, che non commuove più nessuno, almeno non in questa storia, né in quella passata. Il fucile mi serve ad aspettare, mi dici consumandoti le dita sulle mie caviglie incandescenti. Non diventerai mai un valido e rispettabile membro di nessuna fiaba, questo è certo. Tu aspetti. Aspetti che il passato sia pronto e cotto a puntino, apparecchiato in tavola, consumato a cena insieme allo spezzatino con le patate, digerito ed evacuato. Aspetti che il cerbiatto muoia d’infarto al buco del cuore. Fai la fila per i buoni mensa. La mia lingua mozzata si contorce in terra straniera, un corpo che c’era una volta, e poteva anche essere il mio, marcisce spaventato mentre pattino con le mie agili gambe fantasma su questa pista d’atterraggio glassata, agito le mani in segno di saluto, lontano dal tuo assedio e vicino al mio, che è un assedio piccolo e dolce, e io lo addormento ogni sera e saluto al mattino, lo abbraccio riconoscente e innaffio con cura. Perché è l’assedio che ho scelto. Buonanotte anima mia, ricordati di lucidare il fucile, lavarti bene i denti e spegnere la luce.

(Io sono il cacciatore. E stanotte abbatterò la mia principessa tornata azzoppata dall’ultima cena. Non la vedrò più sparire ogni giorno al mattino nella polvere azzurrina e sottile dei gas di scarico. Venderò la sua bicicletta, donerò il suo cuore elettrico al cerbiatto: è tanto che ne aspetta uno, povera bestia. Non è facile: le liste d’attesa sono lunghissime, i buoni mensa sempre più rari, e inoltre, anche quando il trapianto è andato bene, c’è sempre il rischio di un rigetto.)

Fotosensibilità

I’m alive, I guess.” (E. Dickinson)

Mio buon amico, vedi come la luce impietosa della tua assenza mi logora: come si sfaldano la mia pelle, e il mio corpo tutto, e i pensieri intorno. Nella vertigine diurna della tua mancanza mi decompongo, inarrestabilmente. All’inizio era un graffio soltanto, una scottatura sulla superficie seppiata della mia gabbia. L’avevo notata, un mattino, guardandomi allo specchio. Era dall’altra parte, dal lato in cui non posso girarmi, mi sfiorava appena la curva del collo: effettivamente avvertivo proprio in quel punto un solletico: quello stesso brivido all’attaccatura dei capelli che provavo quando udivo la tua voce parlarmi nel buio morbido del nostro passato.

E’ la luce, lei ha una pelle antica, delicata, estremamente fotosensibile: dovrebbe restare al buio”, mi aveva detto il dottore, “La luce solare, anche indiretta, provoca al suo fototipo alterazioni cutanee e danni irreparabili”. Cosa potevo rispondergli? Potevo forse dirgli che è da quando sei partito che sono esposta, sovraesposta anzi, alla consapevolezza che non tornerai? Che questa consapevolezza è un faro da migliaia di Watt puntato sui miei pensieri, e non c’è più un angolo dove possa nascondermi? Sono passati centoquattro anni: giugno 1905. Eccomi: mi baci un’ultima volta, mi posi sul comodino accanto al letto, sul libro che stavo leggendo: poesie di Emily Dickinson: ed è un ragno enorme la solitudine che sento arrampicarsi lungo la mia schiena udendo i tuoi passi allontanarsi lungo il corridoio, la porta aprirsi, e poi chiudersi piano alle tue spalle. Eppure resto, non mi muovo: non corro trasportata dal vento giù per scale del palazzo, non volo attraverso la finestra, non poso il mio corpo, di cui non so più che fare, sul selciato ai tuoi piedi, non sporco il nostro ultimo incontro con il liquido nero della mia disperazione, non lascio traccia indelebile di me nella tua memoria. Resto qui: mi ritiro nelle strette fibre di carta del mio dolore, e attendo alla mia decomposizione. Da allora, non c’è stato un solo giorno che non m’abbia ferito con il suo affacciarsi: ecco lo spuntare del sole: ecco un nuovo giorno senza di te. A volte, immobile, più immobile del solito, nemmeno un leggero passare dell’aria a sollevarmi un’angolo, resto a guardare l’alba: sento la luce consumare la mia attonita composizione chimica, sbiadire i miei chiaroscuri, disfare i miei dubbi, squadernando quest’unica, accecante, fin troppo evidente, certezza: la tua assenza. Dopo quel primo graffio, è stato come l’espandersi inesorabile di una malattia: una micosi che ha iniziato a divorarmi. Un secondo, inizialmente minuscolo punto bianco si è insinuato all’altezza del mio ombelico. Poi una chiazza, quasi immediatamente di notevoli dimensioni è apparsa più in basso, a consumarmi la veste e un capo del coprispalla che scende lungo il mio fianco destro. La terza, la più umiliante, amico mio, è stata la macchia che dal mento s’infila nel punto delicato della mia gola che tu tanto amavi baciare, e a lungo. Piuttosto che sentirlo impietosamente sfaldarsi giorno dopo giorno, avrei preferito che fossi tu a squarciarlo con i denti, a rompere la patetica difesa della mia pelle, e, arrivato alla vena, succhiarne via il sangue, e non lasciare che siano anni e anni di luce a prendermi la vita, ma un solo attimo della tua sete. Invece sono ancora qui, dove mi hai lasciata, e allevo questa malattia come un figlio nostro. Quel che davvero spero mi venga risparmiato, è vedere svanire il tuo caro nome, per ora ancora intatto nell’angolo in basso a sinistra: prego, che siano prima cancellati i miei occhi.