{"id":253,"date":"2016-12-21T11:22:24","date_gmt":"2016-12-21T11:22:24","guid":{"rendered":"http:\/\/barlettiwaas.eu\/?page_id=253"},"modified":"2016-12-30T18:21:03","modified_gmt":"2016-12-30T18:21:03","slug":"parole-jelinek-patria","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/barlettiwaas.eu\/?page_id=253","title":{"rendered":"&#8220;Parole Jelinek. Patria&#8221;, Werner Waas"},"content":{"rendered":"<div id=\"head-articolo\">\n<h2 id=\"titolo-nodo\"><\/h2>\n<div id=\"autore-nodo\" class=\"views-field views-field-value-1\"><span class=\"field-content autore\"><a class=\"autore\" href=\"http:\/\/www.doppiozero.com\/users\/email-registration-hvfjnypkbl\">Werner Waas<\/a><\/span><\/div>\n<\/div>\n<div id=\"corpo-nodo\">\n<p>Cara E.,<\/p>\n<p>mi chiedi di scrivere qualcosa sul concetto di Patria e sulle possibilit\u00e0 di rappresentazione. Ti ho detto che non ero sicuro che sarei riuscito a produrre un testo davvero pubblicabile ma che ci avrei provato, ed eccomi qua&#8230; Lascer\u00f2 da parte per il momento E.J. e cercher\u00f2 di partire dal concetto in questione. Patria-<em>Vaterland<\/em> dunque.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Qualche mese fa \u00e8 morto mio padre. Sono stato con lui fino a quando il suo corpo non era freddo (quel corpo a termine, di cui tutti siamo provvisti e nel quale si vede pi\u00f9 che in ogni altra cosa il passare del tempo. Corpo scandaloso, non sempre bello, ma allo stesso tempo sede di tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione per scoprire il mondo). Ora mio padre non c\u2019\u00e8 pi\u00f9, se non nella mia memoria o nelle cose in cui io e i miei fratelli gli assomigliamo. Non ho scelto io di nascere suo figlio, n\u00e9 lui ha voluto proprio me, nel senso di quel me che sono diventato (anche se poi \u00e8 stato orgoglioso di me).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"imagecache-rub-art-preview inline-image img img-responsive\" title=\"Konrad Waas (*1935 - \u20202014) con Tobia Waas (*2005)\" src=\"http:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/imagecache\/rub-art-preview\/1fotowaas.png\" alt=\"\" \/><\/p>\n<p><em>Konrad Waas (*1935 &#8211; \u20202014) con Tobia Waas (*2005)<\/em><\/p>\n<p>Per gran parte della vita sono stato un perfetto sconosciuto per mio padre, e viceversa, impossibile capirsi, eppure c\u2019\u00e8 qualcosa di profondo che ci lega. Qualcosa che \u00e8 misteriosamente legato al logos e al linguaggio, alla modalit\u00e0 in cui si prende parola nel mondo, potrei anche dire all\u2019idea o all\u2019immagine che concepiamo di noi stessi da contrapporre al mondo nel quale siamo chiamati ad agire.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il mondo di mio padre, nato nel \u201835 non c\u2019entra niente, ma assolutamente niente, col mondo nel quale vivo io ora. Quando fin\u00ec la guerra lui aveva dieci anni, ha vissuto la miseria postbellica in una famiglia povera e numerosa; ha visto il boom economico, il prosperare di una societ\u00e0 con valori precisi, con un\u2019idea di futuro assolutamente positiva, e ha fatto cinque figli. La mia parabola \u00e8 esattamente l\u2019inverso. Sono nato nel boom economico, per me il tempo felice dei miei genitori \u00e8 finito negli anni settanta, quando avevo poco pi\u00f9 di dieci anni, con il nascere del terrorismo e della tensione mondiale per il petrolio. Ora, in et\u00e0 adulta, mi trovo in piena terza guerra mondiale, con un futuro buio e spaventoso davanti, che mi mette solo angoscia se penso ai miei due figli.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per quanto diversi possano essere queste due realt\u00e0, \u00e8 il nostro modo di guardare il mondo e di agire in esso che costituisce una sorta di territorio comune fra noi. \u00c8 il mio personale <em>Vaterland<\/em>, fatto di un\u2019ereditata moralit\u00e0, d\u2019inconfessate pretese verso noi stessi, di un sempre rinnegato senso di appartenenza a una comunit\u00e0, in un insieme di elementi fatti di suoni, usi, sguardi e ricordi confusi, che per\u00f2 restano nel complesso materia lacunosa e piena di buchi, problematica, incerta e movimentata.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Se penso a <em>Vaterland<\/em>, mi viene in mente il titolo di un libro che ho letto un po\u2019 di tempo fa, di uno scrittore tedesco di nome Christian Kracht, che s\u2019intitola <em>Faserland<\/em>, traducibile forse con \u201cterra fibrosa\u201d ma che riecheggia la maniera tedesca di pronunciare \u201cFatherland\u201c. Terra fibrosa, ma anche terra sfibrata, senza pi\u00f9 trama, sfilacciata come un muscolo stracciato. Ci scorre tanta roba in quelle fibre, ma ordinarla, dargli quello o quell\u2019altro senso, tocca a noi. Siamo noi a elevarla a sistema.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Questa roba senza nome che ci scorre dentro senza che lo vogliamo, a prescindere, \u00e8 in grado di suscitare grandi emozioni. Costituisce un\u2019identit\u00e0 preesistente, risveglia istinti tribali, suggerisce pericolose certezze ancestrali, che non ci chiedono altro che identificazione cieca, assimilazione a una massa informe, a un Noi che d\u00e0 sollievo alla nostra solitudine siderale. A volte quest\u2019energia che ci portiamo dentro, e che usiamo normalmente in ambito \u201ctribale\u201d, viene attivata in virt\u00f9 di qualche intervento esterno e canalizzata per il raggiungimento di scopi violenti. E siamo cos\u00ec alla demagogia, che permea pi\u00f9 di ogni altra cosa il mondo in cui viviamo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"imagecache-rub-art-preview inline-image img img-responsive\" title=\"Flyer durante la fase preparatoria di L\u2019Addio, regia: Werner Waas\" src=\"http:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/imagecache\/rub-art-preview\/2fotowaas.png\" alt=\"\" \/><\/p>\n<p><em>Flyer durante la fase preparatoria di L\u2019Addio, regia: Werner Waas<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Credo che la Jelinek, ed eccoci al suo <em>Addio<\/em>, parli nel suo testo sopratutto di questo. Mai analisi fu pi\u00f9 attuale. La demagogia contribuisce alla creazione artificiosa di gruppi, e di gruppi a essi contrapposti, grazie a un uso cinico e senza confini della mistificazione. \u00c8 la spartizione del mondo in fazioni dai supposti interessi comuni, minacciati inevitabilmente a morte dalla fazione opposta. L\u2019IS ad esempio costituisce solo un NOI infinitamente pi\u00f9 grande del gruppo di Carinziani-Simil-Ariani rappresentati da Haider. La creazione di quel mito del Noi \u00e8 necessario per coprire il carattere sfilacciato della materia su cui poggia, quel <em>Vaterland<\/em> problematico, che va tenuto nascosto nella sua complessit\u00e0 e inutilizzabilit\u00e0. Si tratta appunto di mistificazione, nient\u2019altro.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>All\u2019et\u00e0 di ventiquattro anni sono scappato dalla \u201cmia patria\u201d tedesca perch\u00e9 non volevo pi\u00f9 far parte di quel popolo, non mi riconoscevo nelle sue regole, nel suo modo di vivere, nella sua concezione del vivere sociale. Non sopportavo pi\u00f9 le sue \u201cassicurazioni della responsabilit\u00e0 civile\u201d, i suoi parametri per stabilire il valore di qualcosa, la sua ipocrisia nei confronti del proprio passato criminale, la sua etica protestante (o cattolica, dipende) quasi poliziesca, il suono compresso e gracchiante della sua voce, le sue case e bar orrendi, il cibo scadente, quegli inguardabili abbinamenti cromatici nei vestiti, quell\u2019eterno perbenismo ostentato, il suo patologico inestinguibile complesso di superiorit\u00e0, l\u2019incapacit\u00e0 di sognare, di vivere, ivi compresa la mia.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per i successivi ventiquattro anni, cercavo quindi di parlare tedesco il meno possibile, di diventare pi\u00f9 italiano di un italiano, di pensare, di sognare in italiano, di non essere pi\u00f9 riconosciuto al primo sguardo come tedesco (in questo ripetendo in modo del tutto inconsapevole le manie di migliaia di tedeschi che mi hanno preceduto). Mi sono faticosamente \u201ctradotto\u201d in un\u2019altra cultura, l\u2019ho gradualmente assimilata fino al punto da non poterne pi\u00f9. A quel punto ho fatto ritorno (anche in questo scimmiottando migliaia di italiani come me che non ne possono pi\u00f9 del loro modo di essere eternamente italiani e cercano rifugio all\u2019estero) in Germania, insieme a Lea, che aveva anche lei i suoi problemi di non appartenenza al ceppo salentino, e ai nostri bambini cresciuti fra le culture (e forse, ma non ci conto tanto, senza pi\u00f9 \u201c<em>Vaterland<\/em>\u201d), per continuare a essere uno straniero, una minoranza.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"imagecache-rub-art-preview inline-image img img-responsive\" title=\"Tra un\u2019ora e 12 minuti, Lars Nor\u00e9n, foto di scena \" src=\"http:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/imagecache\/rub-art-preview\/3traunorae12_minutilarsnoren.png\" alt=\"\" \/><\/p>\n<p><em>Tra un\u2019ora e 12 minuti, Lars Nor\u00e9n, foto di scena<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Sono un uomo in fuga dalle appartenenze e questa \u00e8 una mia debolezza ed \u00e8 anche una responsabilit\u00e0 dolorosa. Ho un bel leggere le <em>Lettere luterane<\/em> di Pasolini: io mi trovo lontano mille miglia dal suo essere impegnato, dal suo vivere la poesia, anche nelle azioni. Io gioco con le cose, in questo aiutato dalla mia non appartenenza gelosamente difesa, gioco con prospettive e punti di vista, con le opinioni, dopotutto sono un uomo di teatro, abituato alle maschere. Sono un privilegiato. La distanza rende pi\u00f9 lucido lo sguardo, rende pi\u00f9 liberi. Anche la Jelinek gioca, certo in un\u2019altra categoria, ad altissimi livelli, e difatti il suo \u201cVorrei essere superficiale\u201d suona poco credibile per chi legge o ascolta i suoi testi. Io sogno la possibilit\u00e0 di portare questa capacit\u00e0 di gioco lucido, libero, l\u00ec dove pi\u00f9 ce n\u2019\u00e8 bisogno, nella vita non privilegiata, l\u00ec dove appena entri perdi di lucidit\u00e0, dove ci si appesantisce nella responsabilit\u00e0 di rappresentare qualche senso per gli altri, dove ci si irrigidisce subito trovandosi catapultati su questo o quell\u2019altro fronte, proprio l\u00ec dove non si sarebbe mai voluti finire.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019unico modo per parlare di Patria in questi luoghi \u00e8 forse quello dei comici. Qualche anno fa ho lavorato al Kismet di Bari sul <em>Trattato di pace<\/em> di Antonio Tarantino, ora sto per rimettere mano ai suoi <em>Materiali per una tragedia tedesca<\/em>, stavolta qui in Germania. Ecco, questi per me sono linguaggi possibili per parlare in teatro di una cosa oscena come \u201cPatria\u201d. Un linguaggio improntato ai guitti, a Tot\u00f2, alla commedia italiana. Anche la Jelinek riesce a parlare di Patria senza sfigurare, ma la sua resta roba da intellettuali e non so quanto questa sia in grado di gettare un ponte verso la parte di societ\u00e0 pi\u00f9 bisognosa di liberazione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Qualche giorno fa ho letto un bell\u2019articolo del poeta tedesco Durs Gr\u00fcnbein, che ormai vive stabilmente a Roma. Parlava delle manifestazioni Pegida (protesta contro l\u2019islamizzazione della Germania) a Dresda. Vi traccia il profilo di una nuova tipologia di uomo, figlio del consumismo, che non ha nessuna remora a usare parole come Patria o Popolo, che ha interiorizzato talmente tanto il proprio essere schiavo, da non avere nessun problema nel farsi impiegare come arma verso terzi, anzi lo usa come valvola di sfogo. Gente che ha paura della libert\u00e0, di ogni cambiamento e che vive in un miserabile status quo, fatto di cose materiali, di piccoli possedimenti, e d\u2019incrollabili certezze.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ecco, Haider non \u00e8 pi\u00f9 da tempo solo un fenomeno della Carinzia. Quando ho fatto <em>L\u2019addio<\/em> nel 2001 vi avevo riconosciuto i tratti della nuova destra (ma ha ancora senso definirla in questi termini?) italiana impersonata da Berlusconi e tutti i \u201cfascinistelli\u201d (sic) come lui, ma oggi \u00e8 una questione globale, legata alla nostra incapacit\u00e0 di leggere sotto la rappresentazione demagogica di quello che ci spacciano per reale. Dispiace constatare che Pasolini aveva previsto quella deriva gi\u00e0 dagli anni sessanta e visto che siamo nel suo quarantesimo anniversario della morte cito qui un breve pezzo dalla sua poesia autobiografica <em>Who I am<\/em> che mi vede impiegato attualmente come attore a Berlino.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<blockquote><p><em>E oggi vi dir\u00f2, che non solo bisogna impegnarsi nello scrivere,<\/em><\/p>\n<p><em>ma nel vivere:<\/em><\/p>\n<p><em>bisogna resistere nello scandalo<\/em><\/p>\n<p><em>e nella rabbia, pi\u00f9 che mai,<\/em><\/p>\n<p><em>ingenui come capretti al macello,<\/em><\/p>\n<p><em>torbidi come vittime appunto&#8230;<\/em><\/p><\/blockquote>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non mi lascer\u00f2 scappare l\u2019occasione per parlare anche in questa sede di Handke. Il suo testo forse pi\u00f9 bello, <em>Ancora tempesta<\/em>, \u00e8 un tentativo di parlare di \u201cPatria\u201d in tutte le sue accezioni, da quella pi\u00f9 intimista, quasi privata, a quella psicologica e di immaginario, a quella di appartenenza a una minoranza (quindi con un grande bisogno di un senso di Patria) fino alla dimensione politica di Patria con tanto di lotta, resistenza, annientamento, rivendicazione di nomi, terre, lingue. \u00c8 un tentativo onesto di dare corpo a un coacervo cacofonico di voci contrastanti che per\u00f2 formano una sensazione unica, un movimento perenne che ci scuote fino alle radici, come viene espressa dal titolo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"imagecache-rub-art-preview inline-image img img-responsive\" src=\"http:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/imagecache\/rub-art-preview\/5.png\" alt=\"\" \/><\/p>\n<p>Ecco, pensavo che Patria non mi suscitasse proprio nulla e invece mi sono sgorgate un sacco di parole, non so quanto coerenti ma di certo oneste. Io la patria la posso concepire e accettare solo come lacerata, come un desiderio forse, una mancanza, non come una clava per difendersi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Berlino, 16.2.2015<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<blockquote><p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Una folla consapevole che afferma la libert\u00e0<\/em><\/p>\n<p><em>dello spirito \u00e8 uno spettacolo sublime. E una<\/em><\/p>\n<p><em>folla accecata che esalta il Potere \u00e8 uno<\/em><\/p>\n<p><em>spettacolo osceno: chi si rende responsabile<\/em><\/p>\n<p><em>di una simile oscenit\u00e0 farebbe meglio a impiccarsi\u201d.<\/em><\/p>\n<p><em>Elsa Morante<\/em><\/p><\/blockquote>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>L\u2019Emilia Romagna dedica una rassegna itinerante all\u2019opera letteraria, teatrale e saggistica del premio Nobel 2004 Elfriede Jelinek. Si intitola <\/em><a href=\"http:\/\/festivalfocusjelinek.it\/\">Festival Focus Jelinek<\/a><em> ed \u00e8 a cura di Elena Di Gioia. Da ottobre a marzo attraversa, da Piacenza a Rimini, teatri, biblioteche, aule scolastiche e universitarie con spettacoli, letture, performance, laboratori, convegni, in un tentativo di raccontare da pi\u00f9 prospettive una scrittrice ruvida, corrosiva, a volte imprendibile, sempre capace di interrogare in modo radicale i nostri tempi. Doppiozero ha chiesto ad alcuni critici e studiosi di stilare durante il Focus un piccolo catalogo di <\/em>Parole Jelinek<em>, sei, una al mese. Questi lemmi vogliono essere chiavi per entrare nei paesaggi di decostruzione e di memoria, di scabra analisi e di disgusto, di scrittura e di evocazione di voci della scrittrice. Sono: <\/em><a href=\"http:\/\/www.doppiozero.com\/materiali\/focus-jelinek\/parole-jelinek-teatro\">teatro<\/a>, <a href=\"http:\/\/www.doppiozero.com\/materiali\/focus-jelinek\/parole-jelinek-linguaggio\">linguaggio<\/a>, <a href=\"http:\/\/www.doppiozero.com\/materiali\/focus-jelinek\/parole-jelinek-lieder\">Lieder<\/a> <em>(ma forse anche leader)<\/em>, <a href=\"http:\/\/www.doppiozero.com\/materiali\/focus-jelinek\/parole-jelinek-miti-doggi\">miti d\u2019oggi<\/a>, patria, potere.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div id=\"attachment-nodo\"><\/div>\n<div id=\"audio-nodo\"><\/div>\n<div id=\"video-nodo\"><\/div>\n<div id=\"immagini-nodo\">\n<div class=\"field field-name-field-immagini field-type-image field-label-hidden\">\n<div class=\"field-items\">\n<div class=\"field-item even\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"img-responsive img\" title=\"L'addio, Elfriede Jelinek\" src=\"http:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/styles\/nodo767x\/public\/4laddio_elfriedejelinek.png?itok=uK_RanA9\" alt=\"\" width=\"767\" height=\"511\" \/><\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Werner Waas Cara E., mi chiedi di scrivere qualcosa sul concetto di Patria e sulle possibilit\u00e0 di rappresentazione. 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