Kaspar di Handke al teatro Palladium di Roma 9/10 dicembre

Barletti/Waas

Kaspar (ovvero una tortura di parole)

di Peter Handke

con Lea Barletti e Werner Waas

(In lingua tedesca con sopratitoli in italiano)

9- 10 dicembre, ore 20:30

Teatro Palladium, Piazza Bartolomeo Romano, 8

Biglietti: Intero 18€; ridotto 12€; ridotto studenti 8 €

Vorrei diventare un tale come già un altro fu“. È da questa frase che prende spunto lo spettacolo Kaspar (ovvero una tortura di parole)della compagnia Barletti/Waas, rielaborazione della celebre opera teatrale del Premio Nobel Peter Handke sulla misteriosa vicenda di Kaspar Hauser, un giovane tedesco vissuto nella prima metà dell‘Ottocento presentatosi al mondo privo di linguaggio che affermò di essere cresciuto in totale isolamento in una cella, in scena giovedì 9 e venerdì 10 dicembre (ore 20:30) al Teatro Palladium.

Provocatorio come l’opera da cui è tratto, lo spettacolo muove dal proposito di dimostrare come una coscienza umana “vergine” possa essere riempita, e con ciò violentata, con l’esercizio di formule linguistiche convenzionali. Nello spettacolo il „Suggeritore“, (Werner Waas), sottopone Kaspar (Lea Barletti) a una vera e propria tortura di parole fino a quando quest‘ultimo acquista proprietà di linguaggio, si „integra“ nella società e comincia successivamente a ribellarsi contro il suo interlocutore fino a complicare il gioco al punto da non sapere più con esattezza chi è a condurlo. Lo spettacolo Kaspar non mostra come stanno veramente le cose o come sono andate veramente le cose con Kaspar Hauser, ma mostra cosa è possibile fare con qualcuno, come qualcuno possa essere portato a parlare attraverso il parlare.

Note di regia

È possibile portare un essere umano ad una identità attraverso la parola? O, come dice Handke, attraverso una tortura di parole? All’inizio Kaspar è una specie di essere „puro“ in relazione immediata e sconfinata con tutto quello che lo circonda. Alla fine del suo percorso di „integrazione“, Kaspar è portato nella realtà, ed è consapevole di cosa ha perso per strada. È la storia di noi tutti, e da questa storia deriva tutto ciò che chiamiamo coscienza. Le emozioni e le parole non coincidono, non si può fare affidamento sulle parole. L’unica cosa che si può fare è continuare a indagare a partire dalla propria diffidenza, per poi scoprire che è una ricerca senza fine. In questo percorso ci ritroviamo tutti molto più vicini e simili gli uni agli altri di quanto avremmo pensato. Siamo tutti Kaspar – bisogna solo mettersi in ascolto. Come dice Kaspar: “Io sono io solo per caso“. (Lea Barletti e Werner Waas)

Note biografiche

Lea Barletti e Werner Waas si sono conosciuti molti anni fa a Roma. Da allora vivono e lavorano insieme, prima a Roma, poi a Monaco di Baviera, Lecce e attualmente a Berlino. Insieme hanno prodotto, diretto e interpretato un gran numero di spettacoli, fondato una compagnia teatrale (Induma Teatro), cofondato un Centro Culturale Multidisciplinare (“Manifatture Knos”, a Lecce, tutt’ora attivo seppure ormai senza di loro), organizzato sette edizioni (tra il 2008 e il 2015) del Festival/Laboratorio di arti performative “K-now!” (sempre a Lecce), inventato un premio nazionale di drammaturgia contemporanea (“Il Centro del discorso”, tre edizioni tra il 2008 e il 2011) e fondato un’altra compagnia (Barletti/Waas), con la quale attualmente girano e lavorano tra Germania e Italia, e fatto negli anni un gran numero imprecisato di altre cose, tra cui due figli (Rocco e Tobia).

Fra i loro lavori: “Dulce Est” di H. Achternbusch (2005), “Cowboy Mouth” di S. Shepard (2006), “Tra un’ora e 12 minuti” da L. Norén (2008), “Anarchia in Baviera” di R.W.Fassbinder (2009), “Autodiffamazione” di P. Handke (2013), “Tristezza&Malinconia” di B. Park (2015), “Kaspar” di P. Handke (2017), “Monologo della buona madre” di L. Barletti (2018), “Natura morta con attori” di Fabrizio Sinisi (2019), “Ashes to Ashes” di L. Barletti (2019), “Antigone” di Sofocle (2020), “Weissagung” di P. Handke (2021), “Über die Dörfer” di P. Handke (2021)

Crediti

Kaspar (ovvero una tortura di parole)

di Peter Handke

conLea Barletti e Werner Waas

(In lingua tedesca con sopratitoli in italiano)

regia/produzione Barletti/Waas

con il sostegno di ItzBerlin E.V.

la collaborazione di Iacopo Fulgi e Harald Wissler

e con il contributo del Forum Austriaco di Cultura

Durata: 90 minuti

www.barlettiwaas.eu

BIGLIETTERIA PALLADIUM

Intero 18€; ridotto 12€; ridotto studenti 8 €

Mail:biglietteria.palladium@uniroma3.it– Tel. 06 57 332768

La biglietteria del Teatro apre due ore prima dell’inizio dello spettacolo.

Prevendite online su www.boxol.it

INFO

Piazza Bartolomeo Romano, 8 – Roma – Tel: 06 5733 2772
https://teatropalladium.uniroma3.it/ | https://www.facebook.com/teatropalladium/

Ufficio stampa GDG press

www.gdgpress.com

Ilenia Visalli: 3293620879  ilenia.visalli@gdgpress.com

 Michela Rossetti : 3479951730  gdgpress@gmail.com

Alessandro Gambino: 3208366055  alessandro@gdgpress.com

Über die Dörfer von Peter Handke ab 1.Okt. im TD Berlin

ÜBER DIE DÖRFER

dramatisches Gedicht von Peter Handke

Premiere 1 Oktober 2021, 20:00 Uhr

2 / 3 / 6 / 7 Oktober 2021, 20:00 Uhr

im TD Berlin, Klosterstr. 44 in Berlin Mitte (https://td.berlin/)

Krieg und Konflikt oder doch eher Versöhnung? In Zeiten des Streits haben alle etwas zu sagen. Sprechen und sich nahe kommen? Obwohl oder gerade weil man anderer Meinung ist? Eine Inszenierung zerklüfteter Ausschnitte aus Menschenleben, die die Zerrissenheit des Wunsches nach umfassender Gemeinschaft offenlegt – trotz allem.

Handkes Text ÜBER DIE DÖRFER setzt in unserer Gegenwart der Behauptungen, der ständigen Verlautbarungen, Posts und Tweets einen radikalen Kontrapunkt: Zwischen Autobahnbaustelle in den Bergen und Friedhof im verlassenen Dorf verstricken sich drei Geschwister in ihrem schier unauflöslichen Zwist. Es geht ums Haus, um Zugehörigkeit und Freiheit und die Kraft des Zuhörens.

Das „Ich“ steht dabei im Mittelpunkt. Das „Ich“ als Entwurf, als Behauptung, als Befreiung – oder doch als Falle? Aber was heißt eigentlich „Ich“? Mit inniger Ironie und zärtlicher Langsamkeit entspinnen die Performer*innen ihre Reden und enden doch alle in der Verlassenheit. „Alle sind im Recht!“ sagt Handke, es gibt keinen Ausweg. Eine Alte ist einziges Überbleibsel der vergangenen Zeit und zugleich Zeugin des Jetzt, bildet gemeinsam mit einem Kind eine Art moralische Instanz, einen kritischen Chor. Im Moment der größten Erstarrung entwirft eine Außenstehende in letzter Verklärung des Ich, eine versöhnliche Landschaft im Geist der Utopie.

MitLea Barletti / Martin Clausen /Gabriele Hänel / Anna Stieblich / Werner Waas / Harald Wissler / Vinzent Wittkopp Künstlerische Leitung/Regie Barletti/Waas Sounddesign/Original music Luca Canciello Bühne/Kostüme Markus Bühler Organisation/Buchhaltung Maria Mewanu Produktion Barletti/Waas GbR Produktion Barletti Waas Koproduktion mit TD Berlin Unterstützung Bühnen im Haus der Statistik e.V., Itz Berlin e.V., Kulturintiative Förderband gGmbh, Theaterhaus Mitte. Gefördert vom Fonds Darstellende Künste aus Mitteln der Beauftragten der Bundesregierung für Kultur und Medien“

Kartenpreise 10,- € (ermäßigt) / 15,- €

Tickets im VVK bei RESERVIX erwerben!

https://tdberlin.reservix.de/p/reservix/group/370167

5 settembre – ore 20:30 “Antigone” al Festival Crisalide di Forlì

Il 5 settembre alle ore 20.30 presenteremo la nostra Antigone nell’ambito del festival Crisalide a Forlì!

regia: Barletti/Waas
recitazione: Lea Barletti e Werner Waas
sound design Chor: Luca Canciello
traduzione Friedrich Hölderlin (deutsch), Fabrizio Sinisi (italienisch)
coproduzione Masque teatro / Festival Crisalide
produzione: Consorzio Altre Produzioni Indipendenti

Libertà personale e ragion di sato sembrano attualmente in conflitto. Le categorie di cosa è necessario e giusto vengono ridefinite giorno per giorno da ognuno di noi. Convinti, come siamo, che il teatro resti necessario e che necessiti di contatto con il pubblico dal vivo, e non possa ridursi ad eventi in streaming e sulle varie piattaforme online, durante il periodo del Lockdown, seguendo una nostra personale strategia di resistenza alla digitalizzazione della vita culturale, sociale, affettiva, insomma della vita tout-court, abbiamo lavorato ad una versione bilingue di “Antigone” di Sofocle, da proporre su invito negli appartamenti delle persone interessate.

Perché Antigone?
“Antigone” si occupa di questioni cui è difficile dare una risposta chiara e univoca. Tocca e tratta valori personali, interni, e valori comuni, doveri irrimandabili e irrinunciabili. “Antigone” ci interroga da millenni. E soprattutto in tempi di crisi, sembra quasi obbligato ritornare al conflitto tra Creonte e Antigone, tra Antigone e Ismene, tra Creonte ed Emone. Il conflitto tra potere e responsabilità, tra resistenza e colpa, tra compassione e hybris. Antigone ci parla di una visione del mondo che non si esaurisce nel presente. Ci parla di donne e uomini, di guerra e riconciliazione, di passato e futuro, di comunicazione e incomprensione, di lingua e traduzione, di corpo e mente, di vita e morte. Ci parla del bisogno del teatro. Antigone ci parla di tutto questo e di molto altro e tutto questo è di assoluta rilevanza per la nostra situazione presente.

Il progetto è inoltre un tentativo di trovare un modo per continuare ad esplorare I temi suddetti con il nostro mezzo specifico, che è il teatro DAL VIVO di fronte ad un pubblico VIVO. C’è davvero bisogno di quello che facciamo? Ci sono persone disposte a supportare ciò che facciamo? È una domanda che ci poniamo ogni giorno, e non solo da ieri. Allora: è possibile portare questo questo dialogo, questo discorso, in quanto discorso pubblico, nelle case private delle persone e provare a interrogarci insieme?

Il nostro obiettivo è organizzare il maggior numero possibile di repliche nel maggior numero possibile di appartamenti, a Berlino e altrove, in Italia e in Europa. Ci rivolgiamo a tutti coloro, amici, sostenitori, spettatori, che possono avere voglia, necessità o anche solo curiosità, di entrare in contatto con questo modo di pensare e fare teatro.

Questo progetto è per noi una possibilità di continuare nel nostro lavoro che consiste, alla fine naturalmente di un precedente lavoro di ricerca e di prove, proprio nell’ incontro e scambio con il pubblico. Ci offre insomma una prospettiva, che è ciò che in questo momento principalmente manca.

“Monolog der guten Mutter” im Haus der Statistik, 3.+4.Okt. 20Uhr

Barletti/Waas

ph. Luciano Onza

von und mit: Lea Barletti

Produktion und Regie: Barletti/Waas

Original Music & Sound Design: Luca Canciello

(Dauer: 75’)

Zum Text

“Monolog der guten Mutter” beschäftigt sich mit einem der letzten Tabus der westlichen Gesellschaft: der Mutterschaft. Was heißt das, eine gute Mutter sein? Welche Mutter hat sich nicht zumindest einmal im Leben ihrer Aufgabe nicht gewachsen und unsicher gefühlt? Und was, wenn sie gar eines Tages die Entdeckung machen sollte, dass sie dem herrschenden und angesagten Modell einer “guten Mutter” gar nicht entspricht, nicht entsprechen will? Dass sie für die Rolle, so wie sie geschrieben ist, gar nicht geeignet ist? Von wem ist diese Rolle denn geschrieben worden, und für wen? Und warum ist es nicht möglich, sie neu zu schreiben? “Mutter” sein, ist eine Rolle, aber eine Rolle, die nicht jede Frau auf gleiche Weise übernehmen kann. Es gibt so viele Arten Mutter zu sein, wie es Frauen gibt, die es geworden sind. Es gibt viele Arten, eine gute Mutter zu sein. Aber das wird dir von niemand gesagt, nicht vorher, und auch nicht währenddessen: das ist etwas, was man von allein entdeckt, nachher, und auf schmerzhafte Weise, auf eigene Kosten, zum Preis enormer Schuldgefühle, zum Preis von Irrtümern, Fehltritten, Zweifeln, ständigem Scheitern. Und zum Preis verlorener Träume, Zeit, Energie und Liebe: zum Preis des Lebens.

Was bleibt? Der Zweifel.

Aber “Monolog der guten Mutter” ist auch die Geschichte einer “Berufung”, die Geschichte einer künstlerischen Berufung und des mühsamen Wegs, auf den sich jemand macht, um ihr einen Platz in der Welt zu finden. Es ist die Geschichte von jemand, der, mittels und trotz unzähliger Stolperer, Zweifel und ständigem Scheitern, das starke und wirkliche Bedürfnis verspürt, zu einer eigenen Sprache zu finden und durch sie einen Akt zu vollführen, der, auf ganz eigene Art, einer Welt zum Leben und zu einer Form verhilft: ein Akt künstlerischer Schöpfung. Eine Utopie, klein aber konkret.

Was bleibt? Die Sehnsucht.

“Monolog der guten Mutter” ist zuletzt die Geschichte eines Zweikampfs: des Zweikampfs einer Frau und Künstlerin mit sich selbst und ihrem Körper, mit ihrem Gewissen, mit ihrer Rolle als Mutter, mit ihren Söhnen, mit ihrem Bild von sich selbst, mit ihrem eigenen Künstlerdasein, mit den Modellen, mit denen sie aus-gestattet wurde, mit den eigenen Erwartungshaltungen und denen der anderen, mit der eigenen Unangemessenheit, mit der eigenen Berufung, mit der eigenen Fehlbarkeit, mit der eigenen Kreativität, mit der Zeit, mit dem Leben, mit der Sprache, mit der Liebe.

Was bleibt? Der Körper.

Eine Frau, allein auf der Bühne. Sie sitzt auf einem Podest, wie ein Ausstellungsgegenstand oder ein Monument: “Gute Mutter / gemischte Materialien und Techniken” steht auf einem Schild, das an dem Podest an-gebracht ist. Während ihres Monologs werden als zusätzliche Ausstellungsgegenstände/Zeugen auch der Vater/Mann, einige Gebrauchsgegenstände und Fotografien auf der Bühne erscheinen. Die Frau beginnt ihren Diskurs damit, dass sie sagt, weggehen zu wollen. Sie wird nicht weggehen, den für sie gibt es kein Leben, als Person und Schauspielerin, außerhalb des Blickfelds der anderen. Denn es gibt keine andere Welt als die, die aus dem Austausch mit Gleichartigen entsteht, und das Theater ist dieser Austausch, wie schon die Griechen gut verstanden hatten. Die Welt, das Leben, ist das, was zwischen zwei Personen geschieht, während sie miteinander sprechen: ist das, was zwischen Schauspieler und Zuschauer geschieht. Die Welt ist hier, ist jetzt, ist das Theater.

Was bleibt? Das Theater.

Link zum Video der römischen Aufführung:

Links zu Kritiken:

Graziano Graziani: https://www.iltascabile.com/linguaggi/teatro-figli/

Andrea Porcheddu: https://www.glistatigenerali.com/teatro/una-recensione-scritta-prima-che-chiudessero-i-teatri/

Anna Maria Curci: https://letteremigranti.wordpress.com/2020/03/08/monologo-della-buona-madre/?fbclid=IwAR3KmPuCBk8Gom8Qjz-H0BWLiyr-0SU2CgR-RPwYywpx6E4UZUpMk_GvIJg

Lea Barletti und Werner Waas haben sich vor vielen Jahren in Rom kennengelernt. Seither leben und arbeiten sie zusammen, zuerst in Rom, dann in München, später in Lecce und jetzt in Berlin. Gemeinsam haben sie eine Unzahl an Stücken produziert, inszeniert und gespielt, eine Theaterkompanie gegründet (IndumaTeatro), ein multidisziplinäres Kulturzentrum mitbegründet (ManifattureKnos in Lecce, immer noch aktiv, wenn mittlerweile auch ohne sie), sieben Ausgaben eines Werkstattfestivals eingerichtet “K-Now!” (auch in Lecce), einen Dramatikerpreis ins Leben gerufen und organisiert (“Il Centro del discorso”, drei Ausgaben von 2008 bis 2011), noch eine weitere Kompanie gegründet (Barletti/Waas), mit der sie zur Zeit zwischen Italien und Deutschland unterwegs sind und haben außerdem im Lauf der Zeit eine Unmenge anderer Dinge gemacht, darunter auch zwei Kinder, (Rocco und Tobia).

www.barlettiwaas.eu

Trailer di “Parla, Clitemnestra!” di Lea Barletti, Udine, Villa Manin, luglio 2020, anteprima nazionale al Todi Off Festival il 3 settembre

Barletti/Waas
 PARLA, CLITEMNESTRA!
(se di parole fosse fatto il mondo)  di Lea Barletti

IMG-4781.JPG

(ph.Francesca Del Guercio)
con Gabriele Benedetti e Simona Senzacqua

Regia Barletti/Waas
dur. 1h 20’

Anteprima nazionale nell’ambito del Todi Off #4 a cura di Teatro di Sacco

GIOVEDì 3 Settembre 2020 ore 19:00presso TEATRO NIDO DELL’AQUILA
ingresso gratuito

Organizzatrice
BiancaMaria Cola: 3206236109 – bianca@teatrodisacco.itUfficio Stampa
Nicola Conticello: nicola.conticello@yahoo.it – 3271428003, Marco Giovannone 3470370102

Spettacolo prodotto grazie al contributo delle residenze artistiche presso:Florian Metateatro Centro di Produzione Teatrale (Pescara), CSS (Udine), Fivizzano27 (Roma), Matemù (Roma)

Foto di scena/riprese video: Francesca del Guercio

Le donne nella tragedia greca sono, tranne poche eccezioni, sottomesse e marginali.
Oppure ribelli, ma allora folli e pericolose, furie vendicatrici incontrollabili. La loro
sembra una condizione senza via di uscita: o si adeguano ad una società che le vuole
inferiori e sottoposte, o vi si oppongono, ma in maniera talmente violenta o
comunque talmente eccezionale che da tale società vengono comunque espulse,
rigettate come corpo estraneo: da marginali ad emarginate. Sembra essere il metodo
con il quale la rappresentazione patriarcale perpetra se stessa e il proprio potere: la
donna che esce dal seminato, che si fa artefice del proprio destino, che si fa pari
all’uomo per coraggio e violenza, è per ciò stesso mostruosa e, soprattutto,
pericolosa, per la famiglia e per la società: per la Polìs. Va condannata, eliminata,
bandita. Perché non è, come diceva Aristotele, nella natura delle cose che una donna
si renda pari all’uomo, in coraggio, forza, indipendenza.
“Parla, Clitemnestra!” nasce dall’esigenza ancora oggi più che mai urgente di un
diverso pensiero sul potere, sul suo uso ed abuso, sui rapporti di forza tra i sessi e tra
gli esseri umani in generale.

Barletti/Waas (Lea Barletti e Werner Waas) si sono conosciuti molti anni fa a Roma.
Da allora vivono e lavorano insieme, prima a Roma, poi a Monaco di Baviera, quindi
a Lecce e attualmente a Berlino. Sono solitamente sia interpreti che registi dei loro
spettacoli, Barletti da qualche anno anche autrice. Per la prima volta dalla nascita del
loro sodalizio, nello spettacolo Parla, Clitemnestra! non è in scena nessuno dei due,
avendo scelto di affidare il testo di Barletti, e la testimonianza della loro ricerca
intorno alla parola in quanto azione scenica, agli attori-autori Gabriele Benedetti e Simona Senzacqua

Zwei Performances beim Festival Um-Polen im Haus der Statistik

27.8. und 28.8. um 18 Uhr “Lost in language” Performance von Lea Barletti und Elzbieta Chovaniec

28.8. “Eine unendliche Geschichte” von Artur Palyga, szenische Lesung von und mit Werner Waas und Daniel Wittkopp und mit Frank Bergner und Harald Wissler

Die Prozession folgt dem hybriden Leichenwagen unter den Blicken der sozialistischen Plattenbauten als heilige Fahrt über mehrere Stationen. Begleitet von Gilgamesch und einer weihrauchgeschwängerten mobilen Bar mleczny wird das Gewisper der Gespenster trotz der Schallplatte von The Shadows (voll aufgedreht) und dem Żywiec in der Faust bis zum letzten Akt immer lauter. Und der Gott ist gegen uns. Dann: Szene 8 unvollendet. Versus populum. Betet für uns!

28 febbraio – 1 marzo, Teatro Torlonia, Roma, “Monologo della buona madre” di Lea Barletti

http://www.teatrodiroma.net/doc/6791/monologo-della-buona-madre

Trailer: https://vimeo.com/394607813

(Foto: Luciano Onza)

Sul testo

“Monologo della buona madre” affronta uno degli ultimi Tabù della società occidentale: quello della maternità. Cosa vuol dire essere una “buona madre”? Quale madre non si è sentita, almeno una volta, inadeguata e insicura? E se un giorno si dovesse scoprire di non corrispondere, o di non voler corrispondere, al modello di “buona madre” vigente e richiesto? Di non essere adatta al ruolo così come è stato scritto? E da chi è stato scritto, questo ruolo, e per chi? E perché non è possibile riscriverlo? Essere “Madre” è un ruolo, ma un ruolo che non può essere assunto nella stessa maniera da ogni donna. Ci sono tanti modi di essere madri quante donne ci sono che lo diventano. E ci sono tanti modi per essere una buona madre. Ma questo non te lo dice nessuno, prima, e nemmeno durante: è una cosa che si scopre da sole, dopo, e dolorosamente, sulla propria pelle, a costo di enormi sensi di colpa, a costo di errori, passi falsi, dubbi, fallimenti. E a costo di sogni, tempo, energia, amore: a costo della vita.

Cosa resta? Il dubbio.

Ma „Monologo della buona madre“ è anche una storia di „vocazione“, la storia di una vocazione artistica e del faticoso percorso intrapreso per trovarle un posto nel mondo, la storia di qualcuno che, attraverso e nonostante mille inciampi, dubbi e fallimenti, sente la necessità forte e reale di trovare una propria lingua, e per suo mezzo compiere un atto che dia nascita e forma, a suo modo, ad un mondo: un atto di creazione artistica. Un’utopia, piccola e concreta.

Cosa resta? Il desiderio.

“Monologo della buona madre” è infine la storia di un corpo a corpo: un corpo a corpo di una donna e di un‘artista  con se stessa ed il proprio corpo, appunto, con la propria coscienza, con il proprio ruolo di madre, con i figli, con l’immagine di sé, con il proprio essere artista, con i propri modelli dati, con le aspettative proprie e altrui, con la propria inadeguatezza, con la propria vocazione, con la propria fallibilità, con la propria creatività, con il tempo, con la vita, con la lingua, con l’amore.

Cosa resta? Il corpo.

Una donna, da sola in scena. Seduta su un piedistallo, come un oggetto da esposizione o un monumento: „Buona Madre / Tecniche e materiali misti“, recita la targa applicata sul piedistallo. Durante il suo monologo faranno la loro apparizione in scena, come altrettanti oggetti da esposizione/testimoni, il padre/marito, alcuni oggetti quotidiani, delle fotografie.

La donna inizia il suo discorso dichiarando la propria intenzione di andarsene. Non se ne andrà, perché non c’è vita, per lei, come persona e come attrice, al di fuori dello sguardo altrui. Perché non c’è mondo se non quello che si crea nel discorso tra simili, e il teatro è questo discorso, come bene avevano capito i greci. Il mondo, la vita, è quello che succede tra le persone mentre si parlano: quello che succede tra l’attore e lo spettatore. Il mondo è qui, è adesso, è il teatro.

Cosa resta? Il teatro.

21 febbraio, Forlì, teatro Felix Guattari, Monologo della buona madre di Lea Barletti, ore 21

http://www.masque.it/STAGIONE19-20/BARLETTI-WAAS.html

Sul testo

“Monologo della buona madre” affronta uno degli ultimi Tabù della società occidentale: quello della maternità. Cosa vuol dire essere una “buona madre”? Quale madre non si è sentita, almeno una volta, inadeguata e insicura? E se un giorno si dovesse scoprire di non corrispondere, o di non voler corrispondere, al modello di “buona madre” vigente e richiesto? Di non essere adatta al ruolo così come è stato scritto? E da chi è stato scritto, questo ruolo, e per chi? E perché non è possibile riscriverlo? Essere “Madre” è un ruolo, ma un ruolo che non può essere assunto nella stessa maniera da ogni donna. Ci sono tanti modi di essere madri quante donne ci sono che lo diventano. E ci sono tanti modi per essere una buona madre. Ma questo non te lo dice nessuno, prima, e nemmeno durante: è una cosa che si scopre da sole, dopo, e dolorosamente, sulla propria pelle, a costo di enormi sensi di colpa, a costo di errori, passi falsi, dubbi, fallimenti. E a costo di sogni, tempo, energia, amore: a costo della vita.

Cosa resta? Il dubbio.

Ma „Monologo della buona madre“ è anche una storia di „vocazione“, la storia di una vocazione artistica e del faticoso percorso intrapreso per trovarle un posto nel mondo, la storia di qualcuno che, attraverso e nonostante mille inciampi, dubbi e fallimenti, sente la necessità forte e reale di trovare una propria lingua, e per suo mezzo compiere un atto che dia nascita e forma, a suo modo, ad un mondo: un atto di creazione artistica. Un’utopia, piccola e concreta.

Cosa resta? Il desiderio.

“Monologo della buona madre” è infine la storia di un corpo a corpo: un corpo a corpo di una donna e di un‘artista  con se stessa ed il proprio corpo, appunto, con la propria coscienza, con il proprio ruolo di madre, con i figli, con l’immagine di sé, con il proprio essere artista, con i propri modelli dati, con le aspettative proprie e altrui, con la propria inadeguatezza, con la propria vocazione, con la propria fallibilità, con la propria creatività, con il tempo, con la vita, con la lingua, con l’amore.

Cosa resta? Il corpo.

Una donna, da sola in scena. Seduta su un piedistallo, come un oggetto da esposizione o un monumento: „Buona Madre / Tecniche e materiali misti“, recita la targa applicata sul piedistallo. Durante il suo monologo faranno la loro apparizione in scena, come altrettanti oggetti da esposizione/testimoni, il padre/marito, alcuni oggetti quotidiani, delle fotografie.

La donna inizia il suo discorso dichiarando la propria intenzione di andarsene. Non se ne andrà, perché non c’è vita, per lei, come persona e come attrice, al di fuori dello sguardo altrui. Perché non c’è mondo se non quello che si crea nel discorso tra simili, e il teatro è questo discorso, come bene avevano capito i greci. Il mondo, la vita, è quello che succede tra le persone mentre si parlano: quello che succede tra l’attore e lo spettatore. Il mondo è qui, è adesso, è il teatro.

Cosa resta? Il teatro.