
Caro Carlo,
un giorno, molti anni fa, ti ho scritto una lettera, erano gli anni 80, ti avevo visto in “Georges Dandin”, ero un giovane tedesco trapiantato da poco in Italia e avevo voglia di imparare il teatro. Nella lettera ti raccontavo cosa avevo imparato fino a quel momento, e da chi, e ti chiedevo se potevo imparare da te. Non mi hai risposto, allora sono venuto a trovarti al teatro Ateneo, facevi „Claus Peymann si compra un paio di pantaloni e viene a mangiare con me“, e mi sono presentato in camerino come colui che ti aveva scritto quella lettera, abbiamo parlato un po’, siamo andati insieme a cena ed è stato l’inizio di una lunga storia. Non ti sei mai sottratto al farmi da maestro e l’hai fatto in modo sorprendente e sempre con cura, quasi come un padre, mi viene da dire, anche se a te non sarebbe piaciuto sentire questa parola. Venivo spesso a trovarti a Campagnano, nella casa che fu di Elsa, piena di libri, e tu sempre a leggere, la sera davanti al fuoco, di giorno alla finestra. Mi ricordo che durante le prove della „Dodicesima notte“ a Siena, il nostro primo lavoro insieme, tu bevevi una bottiglia di whisky al giorno, forse anche di più, e inoltre non so quante e quali sostanze, una sera mi sei crollato a terra per strada dopo cena, la disperazione deve essere stata davvero tanta ma rimanevi sempre lucido, spinto avanti da un motore inarrestabile, alimentato da un fuoco che ti bruciava dentro. Il tuo Feste, pochi se ne ricorderanno, perché quella „Dodicesima notte“ non ha avuto molte repliche, è stato per me una rivelazione: un ruolo marginale, da outsider, che nelle sue canzoni, da te cantate nel tuo stile strascicato, quasi come se fossero una concessione da parte di Feste, ci rese partecipi della lucida disperazione di un essere che non si tradisce. Era forse questo il ruolo che più di tutti ti rivelava nella tua essenza poetica, nel tuo essere vero, seppure ai margini, in un mondo fatto di pose e rumori vanesii. È lo stesso tipo di ruolo che hai sviluppato più tardi, nella produzione forse più bella a cui mi è stato dato assistere, in „Leonce e Lena“ di Büchner nel salone del CRT nella squallida periferia milanese. Facevi Valerio, il sornione maestro-non maestro di Leonce, come uno smitizzatore di concetti di potere, di autoillusioni e dei meccanismi abbaglianti della retorica. Le prove erano lunghe, anche 12-13 ore al giorno, uno sperimentare infinito, con la tortura del metronomo (che si materializzò poi anche durante le repliche), un ricominciare perpetuo in questa sala delle feste abbandonata, in quello squillante giallo canarino scelto da Titina per la scena, col corridoio invisibile ma udibile intorno – un mondo intero.
Poi Ibsen, Pinter, Pirandello. E sempre di nuovo quella tua smania (o era necessità?) di far scendere un tetro terrore, a volte, su tutta la compagnia, tutti noi e tutto il teatro ammutoliti, mentre tu te ne stavi nel tuo camerino, sentendo tutto, qualsiasi movimento, ogni moto d’animo, qualsiasi cosa – non so come facevi, un sentire gigantesco, fisico, un ascolto non con le orecchie ma come di un corpo fuso con lo spazio. Spesso mi davi la sensazione come di un paio di spalle che si caricavano di tutto il dolore, che si facevano portatrici di una dimensione morale e di un senso di irrinunciabile necessità. Così mi apparivi, così eri, spesso non facile ma sempre eccezionalmente vero.
Poi venne la trilogia sakespeariana a Palermo, ancora Shakespeare, il doloroso e faticoso transfer del ruolo di una vita sulle spalle di un altro attore, più giovane, prove epiche piene di amore e anche di violenza, spesso contro te stesso. Poi „Misura per Misura“ e il „Sogno di una notte di mezza estate“, nelle prove spesso ti sostiutivo in scena, sentendo tutta la mia inadeguatezza, l’impossibilità di sostenere quelle parole, quella posizione nello spazio, quel ruolo. Sempre, fin dall’inizio, mi spingevi continuamente verso la scena, non concepivi proprio come si potesse essere solo registi, „ti fai scappare il meglio“ dicevi, e avevi ragione.
E anche a Palermo sempre di nuovo la presenza costante di Elsa, tentasti di fare delle prove de „La serata a Colono“, ma era praticamente impossibile, vedevo come combattevi con le lacrime, con la commozione, non ti avevo mai visto così vulnerabile, così abbandonato. Lei è stata la tua maestra, più di Eduardo, dopotutto è stata lei che ti ha consigliato il nome „Granteatro“ per la compagnia (in contrasto col Piccolo che c’era già), il consiglio di Eduardo invece era „I ruspanti“.
Negli ultimi anni i nostri discorsi hanno cominciato a girare molto intorno alla morte e non più solo e sempre intorno al teatro. Eri stanco, „la mente vorrebbe morire ma il corpo si rifiuta, è aggrappato alla vita“, così mi dicevi. Spesso mi chiedevi dei figli, avevi un ottimo rapporto con i ragazzi, anche se forse non eri proprio nato pedagogo, ma avevi un gran cuore e generosità. In novembre l’ultima telefonata, volevo venirti a trovare ma dicevi che eri troppo stanco, così abbiamo rimandato. E poi all’improvviso sei uscito di scena, da solo, a Campagnano nella casa di Elsa, ormai da tempo orfana di gatti.
Mi mancherai Carlo, volevo dirti grazie di tutto, lo so che non puoi più leggere quest’ennesima lettera, ma mi ha fatto bene scrivertela, potersi dire addio fa bene, sappi che sento la tua presenza anche nell’assenza, ciao
Werner