“Parla, Clitemnestra!” al teatro dell’Elfo di Milano (17-22 nov) e al teatro della Tosse di Genova (24 nov)

“Parla, Clitemnestra!” un’eterna tragedia, in versi

Testo: Lea Barletti
con: Lea Barletti e Gabriele Benedetti
regia: Werner Waas
Produzione: Barletti/Waas
(con il sostegno di Florian Metateatro e Consorzio Altre Produzioni Indipendenti)
foto: Luciano Onza

https://www.youtube.com/embed/1KkVa5fmGG4?feature=oembed

Sullo spettacolo:
Perché Clitemnestra? Perché scrivere e mettere in scena un testo ispirato a questo
personaggio in fondo “minore” della tragedia greca? Clitemnestra è uno dei tanti “danni
collaterali” della gloriosa Storia degli uomini, nello specifico la guerra di Troia, con i suoi
eroi (maschi) perdenti o vincenti che siano, le sue vittime sacrificali (donne, bambini) che
assurgono agli onori di quella stessa storia grazie al proprio sacrificio (Ifigenia, per
esempio). Clitemnestra non merita che le si intitoli una tragedia, una storia a sé.
Clitemnestra è nota prima come moglie fedifraga e assassina di Agamennone, poi in quanto
vittima del matricidio che il figlio Oreste compirà per vendicare la morte del padre. E la sua
storia? Non pervenuta.
Abbiamo dunque scelto di far parlare Clitemnestra. Intrappolata in un ruolo, in un nome, in
un personaggio, Clitemnestra cerca un’altra via, un’altra possibile rappresentazione di sé
stessa come parte della società, un’altra storia. Cerca di cambiare la narrazione del (e dal)
femminile. Il suo antagonista, Agamennone, è anche lui intrappolato in un ruolo, in un
nome, in un personaggio. Fin quando Clitemnestra e Agamennone non deporranno
definitivamente le maschere insite nei propri nomi, nessun dialogo sarà possibile: questa è
l’unica certezza cui, nel nostro spettacolo, attraverso un percorso pieno di dubbi e domande,
giungerà Clitemnestra. E Agamennone?
(Lea Barletti)


Questo spettacolo ha avuto una lunga gestazione prima di approdare alla sua forma attuale.
Quello che è sempre rimasto uguale è il testo e proprio dalla forma del testo, quasi più che
dal contenuto, deriva la radicale riduzione di mezzi scenici alla quale siamo arrivati. È un
testo in versi, in gran parte in rima baciata … non si scappa da una struttura del genere. Il
testo, la Storia, i ruoli sono già scritti, e noi ne siamo i testimoni. È nella reazione a qualcosa
che è già scritto, nello scarto fra ciò che si pensa e si sente e ciò che si pronuncia che si
articola il nostro spazio di libertà. Così è stato per duemila anni o più fra uomini e donne,
sempre gli stessi versi, così nella gestione del potere, sempre gli stessi schemi, le stesse
guerre, nell’utilizzo della religione, gli stessi stratagemmi. Ora noi siamo gli ultimi abitanti
di questo antico e terrificante edificio e abbiamo il dovere morale di fare uno scarto. In
questo scarto Clitemnestra ci guida attraverso un lento processo di presa di coscienza. Le
parole si scostano pian piano dal tracciato sempiterno, emergono a fatica dal buio della
storia. Gli spettatori, una parte dei quali è munita di piccole torce dal fascio strettissimo,
sceglie cosa vedere, scruta i dettagli, le minuscole reazioni dei corpi/statua dipinti di bianco
e partecipa in questo modo alla narrazione: è responsabile di quello che vede e di quello che
vedono gli altri. Questa è una storia di tutti, ognuno ne fa parte, nessuno è fuori. Ad un certo
punto poi si fa luce e ci troviamo nel presente, nello stesso spazio, senza più maschere né
altrove, senza eroi né profeti. Ci si guarda in faccia: è ora di cambiare.
(Werner Waas)

Wiederaufnahme “Spucken wir auf Hegel” am TD Berlin 2.-4. Oktober und in der Pilkentafel in Flensburg 9.+11. Oktober

2.+3.+4. Oktober, um 20 Uhr im TD Berlin, Klosterstr. 44 
SPUCKEN WIR AUF HEGEL     

photo: Annika Büssemeier

eine Denkwerkstatt auf den Spuren von Carla Lonzi, 
der italienischen Vordenkerin des philosophischen Feminismus

Achtung, begrenzte Platzanzahl! 

Tickets: https://tdberlin.reservix.de/p/reservix/group/546731


Idee / Regie / Spiel: Lea Barletti / Werner Waas
Musik: Mareike Hube / Harald Wissler
Raum: Elke Graalfs

„Wir haben 4000 Jahre lang zugeschaut, jetzt haben wir es gesehen.“ 
Mit diesem Zitat aus dem Manifest der italienischen Feministin Carla Lonzi eröffnet die Performance von Barletti/Waas einen Abend des Mitdenkens, Infragestellens und tastenden Erkundens gleichberechtigter Beziehungen.
In vier Gesprächen diskutierte die derzeit nicht nur in Italien wiederentdeckte Vordenkerin des philosophischen Feminismus mit ihrem Ex-Partner über Kunst, Liebe, Gleichheit und Machtverhältnisse.

Gefördert durch eine NFT-Netzwerk-Residenz am TD Berlin, ermöglicht durch den Fonds Darstellende Künste aus Mitteln des Beauftragten für Kultur und Medien, Koproduktion TD Berlin

Am 9.+10. Oktober zeigen wir “Spucken wir auf Hegel” außerdem in der Theaterwerkstatt Pilkentafel in Flensburg

https://www.pilkentafel.de

Ciao Carlo

Caro Carlo,

un giorno, molti anni fa, ti ho scritto una lettera, erano gli anni 80, ti avevo visto in “Georges Dandin”, ero un giovane tedesco trapiantato da poco in Italia e avevo voglia di imparare il teatro. Nella lettera ti raccontavo cosa avevo imparato fino a quel momento, e da chi, e ti chiedevo se potevo imparare da te. Non mi hai risposto, allora sono venuto a trovarti al teatro Ateneo, facevi „Claus Peymann si compra un paio di pantaloni e viene a mangiare con me“, e mi sono presentato in camerino come colui che ti aveva scritto quella lettera, abbiamo parlato un po’, siamo andati insieme a cena ed è stato l’inizio di una lunga storia. Non ti sei mai sottratto al farmi da maestro e l’hai fatto in modo sorprendente e sempre con cura, quasi come un padre, mi viene da dire, anche se a te non sarebbe piaciuto sentire questa parola. Venivo spesso a trovarti a Campagnano, nella casa che fu di Elsa, piena di libri, e tu sempre a leggere, la sera davanti al fuoco, di giorno alla finestra. Mi ricordo che durante le prove della „Dodicesima notte“ a Siena, il nostro primo lavoro insieme, tu bevevi una bottiglia di whisky al giorno, forse anche di più, e inoltre non so quante e quali sostanze, una sera mi sei crollato a terra per strada dopo cena, la disperazione deve essere stata davvero tanta ma rimanevi sempre lucido, spinto avanti da un motore inarrestabile, alimentato da un fuoco che ti bruciava dentro. Il tuo Feste, pochi se ne ricorderanno, perché quella „Dodicesima notte“ non ha avuto molte repliche, è stato per me una rivelazione: un ruolo marginale, da outsider, che nelle sue canzoni, da te cantate nel tuo stile strascicato, quasi come se fossero una concessione da parte di Feste, ci rese partecipi della lucida disperazione di un essere che non si tradisce. Era forse questo il ruolo che più di tutti ti rivelava nella tua essenza poetica, nel tuo essere vero, seppure ai margini, in un mondo fatto di pose e rumori vanesii. È lo stesso tipo di ruolo che hai sviluppato più tardi, nella produzione forse più bella a cui mi è stato dato assistere, in „Leonce e Lena“ di Büchner nel salone del CRT nella squallida periferia milanese. Facevi Valerio, il sornione maestro-non maestro di Leonce, come uno smitizzatore di concetti di potere, di autoillusioni e dei meccanismi abbaglianti della retorica. Le prove erano lunghe, anche 12-13 ore al giorno, uno sperimentare infinito, con la tortura del metronomo (che si materializzò poi anche durante le repliche), un ricominciare perpetuo in questa sala delle feste abbandonata, in quello squillante giallo canarino scelto da Titina per la scena, col corridoio invisibile ma udibile intorno – un mondo intero.

Poi Ibsen, Pinter, Pirandello. E sempre di nuovo quella tua smania (o era necessità?) di far scendere un tetro terrore, a volte, su tutta la compagnia, tutti noi e tutto il teatro ammutoliti, mentre tu te ne stavi nel tuo camerino, sentendo tutto, qualsiasi movimento, ogni moto d’animo, qualsiasi cosa – non so come facevi, un sentire gigantesco, fisico, un ascolto non con le orecchie ma come di un corpo fuso con lo spazio. Spesso mi davi la sensazione come di un paio di spalle che si caricavano di tutto il dolore, che si facevano portatrici di una dimensione morale e di un senso di irrinunciabile necessità. Così mi apparivi, così eri, spesso non facile ma sempre eccezionalmente vero.

Poi venne la trilogia shakespeariana a Palermo, ancora Shakespeare, il doloroso e faticoso transfer del ruolo di una vita sulle spalle di un altro attore, più giovane, prove epiche piene di amore e anche di violenza, spesso contro te stesso. Poi „Misura per Misura“ e il „Sogno di una notte di mezza estate“, nelle prove spesso ti sostiutivo in scena, sentendo tutta la mia inadeguatezza, l’impossibilità di sostenere quelle parole, quella posizione nello spazio, quel ruolo. Sempre, fin dall’inizio, mi spingevi continuamente verso la scena, non concepivi proprio come si potesse essere solo registi, „ti fai scappare il meglio“ dicevi, e avevi ragione.

E anche a Palermo sempre di nuovo la presenza costante di Elsa, tentasti di fare delle prove de „La serata a Colono“, ma era praticamente impossibile, vedevo come combattevi con le lacrime, con la commozione, non ti avevo mai visto così vulnerabile, così abbandonato. Lei è stata la tua maestra, più di Eduardo, dopotutto è stata lei che ti ha consigliato il nome „Granteatro“ per la compagnia (in contrasto col Piccolo che c’era già), il consiglio di Eduardo invece era „I ruspanti“.

Negli ultimi anni i nostri discorsi hanno cominciato a girare molto intorno alla morte e non più solo e sempre intorno al teatro. Eri stanco, „la mente vorrebbe morire ma il corpo si rifiuta, è aggrappato alla vita“, così mi dicevi. Spesso mi chiedevi di Lea e dei nostri figli Rocco e Tobia, avevi un ottimo rapporto con i ragazzi, anche se forse non eri proprio nato pedagogo, ma avevi un gran cuore e generosità. In novembre l’ultima telefonata, volevo venirti a trovare ma dicevi che eri troppo stanco, così abbiamo rimandato. E poi all’improvviso sei uscito di scena, da solo, a Campagnano nella casa di Elsa, ormai da tempo orfana di gatti.

Mi mancherai Carlo, volevo dirti grazie di tutto, lo so che non puoi più leggere quest’ennesima lettera, ma mi ha fatto bene scrivertela, potersi dire addio fa bene, sappi che sento la tua presenza anche nell’assenza, ciao

Werner

Spucken wir auf Hegel am 16.+17. Januar im TD Berlin

eine Denkwerkstatt auf den Spuren von Carla Lonzi,
der italienischen Vordenkerin des philosophischen Feminismus

Begrenzte Platzanzahl, Tickets: https://td.berlin/stuecke/spucken-wir-auf-hegel 


Idee / Regie / Spiel: Lea Barletti / Werner Waas
Musik: Mareike Hube / Harald Wissler
Raum: Elke Graalfs

„Wir haben 4000 Jahre lang zugeschaut, jetzt haben wir es gesehen.“
Mit diesem Zitat aus dem Manifest der italienischen Feministin Carla Lonzi eröffnet die Performance von Barletti/Waas einen Abend des Mitdenkens, Infragestellens und tastenden Erkundens gleichberechtigter Beziehungen.
In vier Gesprächen diskutierte die derzeit nicht nur in Italien wiederentdeckte Vordenkerin des philosophischen Feminismus mit ihrem Ex-Partner über Kunst, Liebe, Gleichheit und Machtverhältnisse.

Gefördert durch eine NFT-Netzwerk-Residenz am TD Berlin, ermöglicht durch den Fonds Darstellende Künste aus Mitteln des Beauftragten für Kultur und Medien, Koproduktion TD Berlin