Monologo della buona madre

Monologo della buona madre

 di Lea Barletti

Monologo della buona madre è una confessione, una confessione in pubblico. Una confessione e un’ammissione di incapacità. Incapacità di vivere tout court, forse, o comunque incapacità di vivere al di fuori dello sguardo dell’altro. Ed è l’ammissione di quanto proprio la ricerca, nello sguardo altrui (che sia lo sguardo degli spettatori o lo sguardo della comunità umana cui si appartiene), di una sorta di “permesso d’esistere”, possa essere il motivo per cui si va in scena:  “Guardami, ascoltami, amami; fa’ che io sia!” è la richiesta, più o meno esplicita, più o meno sottintesa. Dunque, non si tratta solo di una donna, di una madre, che ha sempre voluto essere amata, ma anche di un’attrice, e del motivo profondo del suo agire in scena.

Monologo della buona madre è la storia di un corpo a corpo: un corpo a corpo di una donna con se stessa ed il proprio corpo, con la propria coscienza, con il proprio ruolo di madre, con i figli, con l’immagine di sé, con i propri modelli, con le proprie aspettative, con la propria inadeguatezza, con la propria fallibilità, con la propria creatività, con il tempo, con la vita, con la lingua, con l’amore.
Una donna, da sola in scena. Seduta in mezzo alla gente, al pubblico. Inizia il suo discorso dichiarando la propria intenzione di andarsene. Non se ne andrà, perché non c’è vita, per lei, come persona e come attrice, al di fuori dello sguardo altrui. Perché non c’è mondo se non quello che si crea nel discorso tra simili, e il teatro è questo discorso, come bene avevano capito i greci. Il mondo, la vita, è quello che succede tra le persone mentre si parlano: quello che succede tra l’attore e lo spettatore. Il mondo è qui, è adesso, è il teatro.

Prima rappresentazione in forma di lettura scenica al Teatro i (Milano): 5 marzo 2018

Debutto il 3 agosto 2018, Festival “I Teatri della Cupa”, Novoli (Le)

Qui è possibile leggere alcuni estratti del testo: https://www.lottavo.it/2018/09/5433/

link a critiche:

https://www.milanofree.it/201803059599/milano/teatro/guardami_cosi_che_io_possa_esistere_monologo_della_buona_madre_in_scena_a_teatro_i.html

Di seguito la critica di Franco Ungaro apparsa sul Nuovo Quotidiano di Puglia:

La vita e i sogni di Lea, attrice immigrata” di Franco Ungaro
(10 agosto 2018, Nuovo Quotidiano di Puglia)

Lea Barletti, attrice e performer. Salita sul palco la prima volta a quindici anni, non ne è più voluta scendere…Non si è mai sentita a casa in Italia, non si sente a casa in Germania, ma almeno adesso è ufficialmente un’immigrata’, si racconta a suo modo l’attrice leccese emigrata a Berlino non per scelta ma per delusioni professionali maturate in questa terra troppo ingenerosa con i suoi talenti. L’altra sera deve essere stato per lei un cortocircuito emozionale di non poco conto presentarsi a Novoli al festival ‘I teatri della Cupa’ con uno spettacolo teatrale e un libro di racconti, entrambi scritti da lei. Due lavori che condensano e confermano la vocazione autoriale dell’attrice nel segno di una maturità, di una fecondità e forza espressiva inusuale.

Lo spettacolo dal titolo ‘Il monologo della buona madre’ ha tenuto inchiodato il pubblico per novanta minuti sin dal suo arrivo in scena, seduta su un piccolo trabattello, portata in processione come una santa/madonna da due officianti laici. Una recitazione e una interpretazione asciutta ma debordante di sguardi e di significati con la voce e gli occhi che cercano ininterrottamente i cuori e le menti degli spettatori. Uno spettacolo che comincia con un addio, un congedarsi dai modelli e dalle convenzioni del ‘dover essere’ uguale e conforme alla maggior parte delle madri, delle mogli, delle figlie e delle attrici, un desiderio di sottrarsi a quel gioco per cui in teatro e nella vita bisogna recitare, fingere un ruolo dettato e imposto da altri sino a diventare altra e altre, sino a rinunciare alla propria identità. Lea azzera qualsiasi sovrastruttura e convenzione teatrale, tutto è ridotto all’essenziale, al necessario. In scena c’è lei come persona, la sua vita con le aspirazioni e i sogni che si infrangono sulle fragilità e le incapacità del suo essere madre e attrice che tiene insieme i fili della vita e del teatro grazie all’amore per la vita e per il teatro. Non è Lea a identificarsi in un personaggio, ma sono gli spettatori a identificarsi in Lea in una comunicazione sincera, per nulla artificiale, in una esperienza condivisa di storie e di vite. Sono gli spettatori che per tutta la durata dello spettacolo non riescono a distogliere lo sguardo e l’orecchio dagli occhi e dalla voce della magnetica Lea perché insieme vivono la stessa vita , le stesse fragilità, cadute e incapacità.

Ogni sguardo è debito: se distogliere la vista dal nostro prossimo, ci rende colpevoli, guardarlo ci rende responsabili’, scrive Carlo D’Amicis nella postfazione al ‘Libro dei dispersi e dei ritornati’ scritto da Lea Barletti per Musicaos editore. Come nel monologo anche in questi ‘11 racconti per 12 foto naufragate e una radiografia’ Lea si mette in gioco in un gioco di sguardi che diventano origine, contenuto e oggetto della scrittura. Tutto parte del ritrovamento di foto e album da un rigattiere di Berlino. Quelle foto innescano curiosità e desiderio di raccontare le vite dietro le immagini, soprattutto attivano sguardi che rivelano amore, empatia, immedesimazione non con dei personaggi ma di nuovo con delle persone in carne ed ossa. In ‘Una storia’ c’è l’edicolante che fotografa suo figlio mentre lo lascia il primo giorno di scuola e ci fa avvertire il suo silenzioso e melanconico trapasso ad altra vita; in ‘Suonare l’armonica’ c’è la passeggiata solitaria dello zio anziano col cane in un parco tra solitudini e paure; in ‘Paesaggio’ le tre foto raccontano un compleanno e il pomeriggio di una coppia al luna-park con il tiro al bersaglio, metafora di un amore che si consuma tra sfida, compiacimento e complicità. Gli sguardi di Lea diventano sonde dentro le ferite, le macerie, le ruggini, gli scivolamenti, le vertigini, le vergogne, le colpe delle nostre vite. Il merito principale dei suoi lavori è quello di raccontare le nostre vite con un linguaggio semplice e comunicativo, ma anche profondo, con uno stile alieno da qualsiasi barocchismo di matrice salentina e nello stesso tempo senza il filosofare astratto di tanta letteratura, anche teatrale, tedesca. Sguardi umani, troppo umani.

Franco Ungaro